Il regime iraniano non perdona. Assai eloquenti le parole rilasciate oggi dal ministro degli esteri iraniani, Manouchehr Mottaki in visita ufficiale a Madrid, il quale ha dichiarato: “la giustizia farà il suo corso, e pertanto non verrà sospesa la lapidazione della donna iraniana”.
La “donna iraniana” in questione è Sakineh Mohammadi Ashitiani, 43 anni, madre di due figli , condannata per adulterio e rinchiusa nel braccio della morte del carcere di Tabriz, nel nord-ovest dell’Iran. “La lapidazione – ha aggiunto il ministro – è un castigo imposto dalla legge islamica”, quindi secondo questa logica “lecito da applicare” anche in quei casi in cui vi siano solo dei sospetti e non prove certe di avvenuto adulterio.
Secondo il tribunale iraniano, la donna ha commesso un adulterio con due uomini. Per questa accusa comminata nel 2006, Ashtiani è stata condannata a subire 99 frustrate, come disposto dalla sentenza. Successivamente, è stata condannata alla lapidazione con la seguente accusa: “adulterio durante il matrimonio”. Imputazione, quest’ultima, che la giovane donna ha sempre cercato di smentire, seppur invano.
L’8 luglio scorso, l’Ambasciata iraniana a Londra ha annunciato l’annullamento della pena capitale ai danni della donna. Ma la presa di posizione della diplomazia iraniana londinese non è bastata a placare il boia. Così come non è stata sufficiente la mobilitazione a livello internazionale di numerose organizzazioni umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, artefici di numerosi appelli rivolti all’opinione pubblica mondiale al fine di salvare la vita della giovane donna iraniana.
Il 12 luglio scorso, è stata lanciata via Internet una petizione in nome di Sakineh Ashtiani. Per visualizzare la richiesta di firme basta collegarsi al sito “freesakineh.org”. Una lunga lettera indirizzata al presidente del Parlamento iraniano, Alì Larijani, e al Commissario Onu per i diritti umani, Navy Pillai, che però non ha sorbito effetti.
Numerosi sono i punti oscuri che contornano la vicenda della donna iraniana condannata alla lapidazione. Primo fra tutti, come ha confermato l’avvocato di parte, non è stata inviata alcuna documentazione o alcuna dichiarazione in grado di smentire o smontare la tesi della pena di morte per lapidazione, nonostante la presa di posizione della diplomazia iraniana in Gran Bretagna. Secondo, mancano le prove certe che possano dimostrare il reato per cui Ashtiani è accusata.
Nella prima fase del processo intentato contro di lei, due dei cinque giudici che componevano la commissione giustizia avevano riconosciuto la sua innocenza, mentre gli altri tre l’avevano riconosciuta colpevole sulla base “della conoscenza del giudice”, una disposizione della legge iraniana che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo anche in caso di mancanza di prove, giudicando l’imputato colpevole o meno “per intuito”. Nessuna fase intermedia per Ashtiani, ma solo il triste epilogo di una morte preannunciata.
“Per intuito e sospetto” Ashtani è condannata a morire sotto la furia di centinaia di pietre appuntite scagliate da uomini senza scrupolo, davanti ad un pubblico di altrettanti uomini in “estasi”per aver ancora una volta seguito i dettami della shar’ia.

