martedì, 7 febbraio 2012 - S. Eugenia
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La democrazia dell’acqua, tra economia, guerre e disparità.

Davanti ad una crisi idrica mondiale, la politica sembra inefficiente e talvolta addirittura connivente con i grandi interessi economici e strategici connessi alla risorsa acqua. Il caso emblematico del Burundi.

 L’acqua è il più importante elemento necessario affinché a ognuno sia assicurato il diritto umano universale “a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia” (articolo 25, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) Nel mondo di oggi purtroppo non è così. Molte volte nel corso della storia dell’uomo sono state fatte guerre per l’approvvigionamento idrico. I conflitti all’interno degli stati esistono dappertutto, al Nord come al Sud, nei paesi del Terzo Mondo come nei paesi più ricchi e sviluppati, ma non tutti conducono a esiti violenti. Ciò che manca in molti paesi, compreso il nostro, per una corretta gestione idrica che scansi ogni problema è una “legge nazionale dell’acqua” ispirata a principi di solidarietà e sostenibilità per cui non ci sia una parte che prevalga sulle altre ma un accordo fra di loro. Oggi le istituzioni rappresentative che governano costituzionalmente o autoritariamente molti paesi nel mondo (la gran parte), omettono gli interventi legislativi nell’ambito della riqualificazione in senso pubblico dell’acqua o addirittura tendono ad affidare a privati le chiavi degli impianti idrici. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il Burundi è uno dei paesi più poveri del pianeta, circa 9 milioni di abitanti, il 68% dei quali vive al di sotto della soglia di povertà. Una  guerra civile scoppiò nel ‘93 per la rivalità etnica tra le fazioni tribali (Hutu 85% e Tutzi 14% della popolazione totale) all’indomani dell’assassinio di Ndadaye, primo presidente Hutu dal 1962 (anno in cui il Burundi ottenne l’indipendenza dal Belgio) salito al potere in seguito a regolare elezione. A causa della guerra, le infrastrutture idriche si sono deteriorate: l’insufficienza e la lontananza di punti di approvvigionamento di acqua potabile, il suo costo elevato imposto da chi la gestisce, spinge la popolazione a servirsi dell’acqua dei laghi, spesso inquinata da agenti patogeni, che contribuiscono alla diffusione di malattie. La maggior parte delle analisi sulle “guerre d’acqua” cita come cause principali i crescenti bisogni e le situazioni di penuria o di offerta limitata. È logico che più le risorse idriche di un bacino acquifero diminuiranno più gli abitanti dei paesi appartenenti allo stesso cercheranno di appropriarsi delle fonti migliori. Questa è una visione che, nonostante la sua apparente verità non offre un reale quadro sulle cause. Altre analisi, invece, mettono in evidenza l’importanza di altri fattori  legati a:

  • rivalità etniche, razzismo, xenofobia;
  • nazionalismi di tutti i generi;
  • lotte per l’egemonia regionale politica, economica o culturale.

Rovesciando quindi il punto di vista, diremo che un clima di divisione e di conflitto permanente favorisce l’insediamento di realtà elitarie interessate alla gestione dell’acqua evidentemente importante ai fini dell’equilibrio socio-etno-politico di una realtà territoriale. Dal punto di vista economico, la crescita del mercato delle acque minerali, che di per se rappresentano un lusso, su scala planetaria è strumentale e al contempo sintomatico della crescita delle disparità globali nella gestione delle risorse. In soldoni, la popolazione dei paesi ricchi (circa ¼ dell’umanità) possiede circa l’80% della ricchezza (acqua compresa). Soltanto questi dati dovrebbero far riflettere. Per di più ci troviamo di fronte a una crisi idrica globale, che minaccia di peggiorare nei prossimi decenni; e man mano che la crisi si aggrava proseguono gli sforzi per ridefinire il concetto di diritti idrici. Un passo storico è avvenuto il 28 luglio, quando le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione che recita così: “L’acqua è una risorsa limitata e un bene pubblico fondamentale per la vita e la salute. Il diritto a disporre di acqua è indispensabile per condurre una vita dignitosa. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti dell’uomo”. L’economia globalizzata trasforma sempre di più la definizione dell’acqua da proprietà comune a bene privato, da estrarre e rintracciare senza limiti. L’ordine economico globale esige la rimozione di tutti i vincoli, la deregolamentazione dell’uso dell’acqua e la creazione di mercati dell’acqua. I fautori del libero scambio delle risorse idriche considerano i diritti di proprietà privata l’unica alternativa alla proprietà pubblica, e il libero mercato l’unico sostituto della regolamentazione burocratica delle risorse idriche. Dopo decenni di ubriacatura neoliberista, gli effetti della messa sul mercato dei servizi pubblici e dell’acqua dimostrano come solo una proprietà pubblica e un governo pubblico e partecipato dalle comunità locali possano garantire la tutela della risorsa, il diritto e l’accesso all’acqua per tutti e la sua conservazione per le generazioni future. In questa battaglia, insieme globale e locale, è ormai largamente diffusa la consapevolezza delle popolazioni riguardo alla necessità di non mercificare il bene comune acqua e non esiste quasi più territorio che non sia attraversato da vertenze per l’acqua. E’ per questo che il tema diventa sempre di più il paradigma da cui partire per definire un nuovo modello di società, dalle scelte dei consumi individuali fino alla gestione complessiva risorse globali.

Autore Pubblicato il 01/09/2010 Napolano Gaetano

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