Si ritorna a parlare di Sakineh Mohammadi Ashtiani e della sua vicenda che ha tenuto il mondo col fiato sospeso. La giovane iraniana era stata condannata alla pena della lapidazione. Ma come comincia la disavventura di Sakineh?
Fu condannata per la prima volta il 15 maggio 2006 a ricevere 99 frustate perchè accusata di “relazione illecita” con due uomini in seguito alla morte del marito. Nel settembre 2006 ricevette una nuova condanna quando un tribunale penale accusò uno dei due uomini per il coinvolgimento nella morte del marito di Mohammadi Ashtiani. Per questo venne condannata per concorso in omicidio mentre ancora sposata, e condannata a morte per lapidazione. La prima pena è stata ridotta a 10 anni di reclusione in appello nel 2007, ma la seconda è stata confermata lo stesso anno da un’altra corte d’appello. A seguito delle dichiarazioni di Sharifi, la Francia ha chiesto “con urgenza alle autorità iraniane di rinunciare” all’esecuzione di Sakineh Mohammadi Ashtiani.
Un responsabile della giustizia iraniana, che aveva evocato la possibile impiccagione di Sakineh ha ritrattato le sue dichiarazioni dicendo che i mass media lo avevano frainteso. “In questi ultimi giorni – ha fatto sapere – sono state pubblicate notizie che mi citano sul dossier, in particolare sul modo di applicare la pena di Sakineh Ashtiani. Sono state tagliate e sono un’interpretazione scorretta di ciò che avevo detto”. Malek Ajdar Sharifi è il responsabile della magistratura dell’Azerbaigian orientale (Nordovest), dove Sakineh Mohammadi Ashtiani è detenuta.
Secondo queste dichiarazioni, riportate domenica dall’agenzia di stampa “Fars”, Sharifi aveva dichiarato che, dal momento che la pena della lapidazione per adulterio non poteva essere applicata, il capo della magistratura iraniana, l’ayatollah Sadegh Larijani, aveva ritenuto che la giustizia potesse “optare per l’impiccagione” per applicare la pena di morte, ma aveva chiesto “il parere di altri giuristi religiosi” sull’argomento.
Intanto la giustizia iraniana ha sospeso nel luglio 2010 la pena della lapidazione in attesa di un nuovo esame del dossier.

