L’uomo che era assieme al cileno di 28 anni ucciso in un inseguimento lunedì scorso dall’agente di polizia locale Alessandro A., ha contattato gli inquirenti milanesi che si occupano del caso. Dopo tentennamenti iniziali si è presentato alla Questura di Milano appoggiato dalla compagna della vittima. Dai primi riscontri balistici è emerso che il colpo esploso dalla pistola di servizio sarebbe stato sparato da non molta distanza rispetto alla vittima; il proiettile pare abbia trapassato la scapola uscendo dal cuore, dal basso verso l’alto, e ciò rafforzerebbe questa tesi.
L’agente, durante il suo interrogatorio di lunedì, ha fornito la sua versione dei fatti: “Ho fatto fuoco sparando alla mia sinistra contro un terrapieno per non creare pericolo per nessuno, dopo il colpo non ho realizzato che qualcuno fosse stato ferito perchè entrambi hanno proseguito la corsa. Uno di loro è caduto inciampando io mi sono avvicinato e questi mi ha dato un calcio allo stinco destro facendomi cadere, io mi sono fatto male e rialzandomi ho visto che vicino al fuggitivo c’era il mio collega, poi io e il mio collega lo abbiamo ammanettato. Non abbiamo notato che sanguinasse, poi quando lo abbiamo portato vicino all’auto si è sdraiato a terra con il respiro affannoso, gli ho aperto la giacca e solo allora ho capito di averlo colpito”.

