Era l”8 ottobre 1985, poche settimane dopo l’ultimo delitto del mostro di Firenze, quando Francesco Narducci viene visto per l’ultima volta a bordo della sua barca sul lago Trasimeno. Sarà ritrovato cadavere quattro giorni dopo. La famiglia, da subito parla di una tragica disgrazia. Non viene effettuata nessuna autopsia. Oggi, a distanza di 27 anni, il Gup di Perugia ha prosciolto una ventina di persone tra cui alcuni familiari del medico perugino dall’accusa di associazione a delinquere.
Nel 2001 la Procura di Perugia apre un’inchiesta sulla morte del medico 36enne, dopo che in un’indagine antiusura viene intercettata una telefonata in cui ad una donna viene detto ”ti faremo fare la fine del medico del lago”. Nel 2002 viene riesumata la salma del medico e la perizia dell’accusa parla di ”morte compatibile con soffocamento o strangolamento”. Per gli inquirenti esistono collegamenti con ambienti fiorentini vicini agli omicidi seriali del mostro.
”Non fare un’autopsia – scrive il gup oggi – fu un errore: un errore che commise chi avvertì il magistrato di turno sostenendo che se ne poteva prescindere, ovvero non evidenziando che sarebbe stato doveroso darvi corso, a dispetto di chi insisteva per sbrigarsi”. Scrive ancora il giudice che le indagini fatte ”era doveroso farle, pur non essendo condivisibili le conseguenze che oggi il Pubblico Ministero sostiene sia necessario ricavarne”.
”Questo giudice – scrive ancora il gup – , ritiene che la gran parte dei reati ipotizzati dal pm a carico dei familiari del Narducci non abbiano mai avuto effettiva sussistenza, e che quanto ai residui addebiti si imponga il proscioglimento degli imputati per difetto di dolo: è facile allora immaginare che oggi, al momento del redde rationem, i primi a doversi dolere delle carenze istruttorie dell’epoca siano proprio coloro che nel 1985 verosimilmente si attivarono – pur senza commettere reati – per far sì che ad un’autopsia non si desse corso”.

