L’arco delle Pieghe Ferraresi, responsabili dei terremoti di questi giorni

Accavallamento nord-appenninici (transetto Bologna-Ferrara, Italia): implicazioni sismotettoniche

Il lavoro tratta di porzioni di crosta terrestre piegate e inarcate al di sopra di grandi faglie inverse, ovvero faglie che consentono il raccorciamento della crosta stessa. Queste pieghe costituiscono vere e proprie dorsali montuose che oggi si trovano sepolte al di sotto della Pianura Padana.
In particolare il lavoro descrive l’arco delle cosidette Pieghe Ferraresi, responsabili dei terremoti di questi giorni, discutendo se e come la deformazione si sviluppi e si ripartisca tra le diverse faglie individuate e analizzando quali di esse possano essere interpretate come sorgenti di forti terremoti del passato. L’obiettivo finale del lavoro è elaborare delle “regole geologiche universali”, dunque applicabili anche al resto della Pianura Padana e ad altri sistemi compressivi nel mondo, che consentano di discriminare tra faglie con elevato potenziale sismogenetico e faglie innocue.

Il documento è abbastanza tecnico, ma uno dei firmatari dell’articolo, il Dott. Gianluca Valensise (geologo) ha spiegato in termini più divulgativi il suo lavoro.
E’ possibile ascoltare l’audio su: http://www.freerumble.com/audio.php?t=audio&id=3425

 

I fronti di accavallamento più esterni della catena Nord-Appenninica sono sepolti da una spessa coltre di sedimenti clastici che colma l’intera Pianura Padana e che è stata studiata in particolare tramite pozzi profondi e sezioni sismiche a riflessione, realizzate prevalentemente per scopi esplorativi (idrocarburi). Questi studi mostrano un sistema di pieghe e accavallamenti sepolti Nord-Est vergenti, che hanno influenzato e controllato la deposizione dei cunei di sedimenti silicoclastici sintettonici; per la parte plio-quaternaria, questi cunei mostrano spessori fino a 9 km.
In Pianura Padana, in virtù della rapida sedimentazione clastica e dei limitati ratei di deformazione che caratterizzano l’area, le evidenze di tettonica attiva sono estremamente scarse e di difficile lettura.
Alcune di queste evidenze, seppur deboli, si riscontrano nelle anomalie del reticolo idrografico, sotto forma sia di deviazioni fluviali che di repentine variazioni dell’attività erosiva del corso d’acqua, variazioni che sono risultate essere controllate in prevalenza dalla crescita delle anticlinali sepolte al di sotto di tali anomalie.
Inoltre, i cataloghi della sismicità storica e strumentale mostrano che la Pianura Padana meridionale è interessata da una sismicità da bassa a moderata (fino a Mw 5,8), caratterizzata da meccanismi focali compressivi.
I breakout di pozzi profondi e i meccanismi focali mostrano entrambi un Shmax orientato circa perpendicolarmente all’andamento dei fronti di accavallamento sepolti.
I dati GPS, infine, evidenziano un debole raccorciamento in direzione N-S (velocità inferiore a 1mm/a). In questo contesto, il lavoro punta a verificare:
1) il grado di attività dei diversi accavallamenti sepolti dell’Appennino Settentrionale, in particolare nell’arco delle pieghe ferraresi;
2) se e come la deformazione si ripartisca tra essi
3) quali degli accavallamenti individuati possano essere interpretati come sorgenti di terremoti potenzialmente dannosi.
Abbiamo quindi integrato dati geologici, strutturali e morfotettonici e, sulla base dell’interpretazione di dati di pozzo e linee sismiche a riflessione, abbiamo realizzato una sezione a scala regionale orientata circa SSW-NNE.
Per investigare l’attività degli accavallamenti sepolti e/o delle anticlinali di rampa ad essi associate, abbiamo analizzato l’assetto morfotettonico dell’area investigata, confrontando la posizione delle anomalie nel reticolo del drenaggio con quella delle strutture sepolte. Abbiamo quindi proiettato la sismicità storica e strumentale dell’area sulla sezione geologica, per confrontare la sua distribuzione rispetto all’assetto strutturale e alle deformazioni rilevate, in particolare nei sedimenti quaternari.
Infine abbiamo realizzato alcuni modelli analogici volti a riprodurre l’evoluzione della deformazione lungo il transetto investigato, in particolare quella plio-quaternaria, con l’obiettivo di studiare la cinematica e l’evoluzione dei fronti di accavallamento e le interazioni tra attività tettonica e sedimentazione nelle fasi finali della strutturazione di tali fronti.
I risultati mostrano che i sovrascorrimenti principali: – sono stati attivi durante il Quaternario e in parte lo sono attualmente; – presentano una partizione della deformazione nelle zone di sovrapposizione; – hanno ubicazione e geometrie compatibili con i principali terremoti storici dell’area, dei quali potrebbero perciò costituire le faglie-sorgente.

 

Gianluca Valensise

 

 

Inserita da il 22 maggio 2012