Imprenditori suicidi, l’epidemia della rinuncia

Quando non esiste più un appiglio per guardare oltre

Inserita da il 3 giugno 2012

Esiste un mondo, che nei sogni d’ognuno, dà pari opportunità ed eguali possibilità agli individui che ne calpestano le strade, ne respirano l’aria, si mescolano nella realtà giornaliera.
In un universo parallelo al nostro, le persone vivrebbero protetti dalle leggi, difesi dalle istituzioni, garantiti nel personale e collettivo progetto di miglioramento e benessere, che è alla base di una società civile. Ma troppo spesso, proprio coloro i quali si attengono strenuamente alle regole, ben ligi alle connaturate convinzioni morali e che non ammettono vittimismi, vengono vilipesi dal sistema che li schiaccia, oberandoli di rimorsi prodotti dal credere di non essere all’altezza delle aspettative.
E’ notizia di questi giorni che molti, tra imprenditori, cittadini comuni o precari, (termine ormai tra i più abusati della lingua italiana), si sono arresi al malessere dilagante, che ha consumato loro la gioia di vivere e di rapportarsi con un mondo del lavoro ostile ed una quotidianità fatta di attese, promesse mancate, aspirazioni stroncate sul nascere.
Questi esseri umani traditi dalla luce abbagliante dell’intransigenza, onesti d’una visceralità che non cede il passo al compromesso, menti illuminate dal faro del rispetto del singolo sia esso dipendente, amico o semplice collega; uomini buoni, corretti disponibili al dialogo, hanno sentito latitare la speranza.
E come per le morti bianche, laddove si abusa del bisogno primario di un impiego senza garanzie, che malgrado tutto toglie più che donare, mettendo a rischio il bene più prezioso che è la vita, anche in questo caso la vita ci va di mezzo, perché si è disposti a privarsene in primis, disgustati e annientati dall’ignominia e la vergogna da cui ci si sente sovrastati.
Le mogli, i figli di queste anime disperate ancora non accettano che i loro cari li abbiano lasciati. Non riconoscono in questa assenza i compagni delle loro giornate, sorridenti, propositivi, entusiasti e non invasi dall’impulsività recondita della resa. Quasi per un secondo li odiano per l’abbandono, ma poi l’essenza di ciò che fu di loro, li porta ad alzare la testa e sentirsi colmi d’onore e triste orgoglio.
Si fa tanto d’affermare che la disonestà non paga.
Eppure i fatti parlano, al contrario, di fraudolenza, di reati, di malversazione, che dal ceto medio alla borghesia, fino ai partito di governo, la fa da padrone e consente di farla franca; anzi di essere quasi scusati perché giudicati furbi, scaltri ….
Figure losche travestite da agnelli che operano anche all’interno della Chiesa e che imprestano denaro o lo gestiscono, dimenticando che il loro primo impegno da svolgere è la preghiera e la povertà.
Ma di San Francesco oggi si sono quasi obliati gli insegnamenti e tutto viene visto in prospettiva del facile guadagno e degli agi. Questi gattini inquieti dovrebbero lasciarci lo zampino ed invece gli si arruffa il pelo, perché più spesso facciano le fusa.
L’Italia sta perdendo di vista l’identità storica, culturale e d’umanità della quale si è fatta garante e baluardo. La nostra bandiera chiede riscatto, ma chi ci governa non ha a cuore il destino dei cittadini, del suo popolo. E la violenza che dilaga è un sintomo del delirio collettivo che viene alimentato.
Possa il buonsenso farsi largo attraverso il groviglio di sfruttamento ed indifferenza dell’altrui bene, restituendo il maltolto senza sconti o abbuoni, prima che altri cedano al buio dei loro cuori spenti.