L’omosessualità: dote, malattia, o semplicemente un fatto?

L'usanza greca prevedeva per il fanciullo un periodo di paidèia, in cui lo si formava nel corpo e nella psiche per favorire la sua corretta integrazione nella polis, e che non di rado includeva pratiche omoerotiche

Inserita da il 11 giugno 2012

omosessualitàIl mondo corre sempre, ed è forse proprio questo il motivo per cui non riesce mai ad essere in testa. Voglio dire che la forsennatezza con cui le idee, anche e soprattutto positive, si affastellano, permette la loro prematura e quindi immeritata liquidazione. La qualità, quando si parla di pensieri, prospettive, leggi, e qualunque altra immaterialità che forma e trasforma la materia della vita, rigetta la quantità, almeno secondo i criteri del pensiero pubblico che legittima e poi adotta una linea di pensiero, che risulta tanto valida quanto più unica, distinta e geniale.
L’argomento che affrontiamo oggi è l’omosessualità, ma ciò che ho appena finito di scrivere mi impedisce di cominciare come si dovrebbe, cioè con una definizione.
Una definizione di omosessualità esiste, e tutti noi la conosciamo, ma occorre sapere che nel corso dei secoli la questione è stata fronteggiata in molteplici modi, fatto inequivocabile che ci spinge a riconoscere che, come della cosa, esiste una definizione finanche della definizione stessa.
Nel mondo greco-romano la distinzione riguardava l’atteggiamento sessuale (attività o passività sessuale), non già la tendenza (omo/ etero-sessuale).
Un padre di famiglia patrizio che intratteneva rapporti con lo schiavo era reputato un tipo “allegro”, “vitale”, mentre un uomo che si concedeva a un altro era reputato un “debole”; l’usanza greca, poi, prevedeva per il fanciullo un periodo di paidèia, in cui lo si formava nel corpo e nella psiche per favorire la sua corretta integrazione nella polis, e che non di rado includeva pratiche omoerotiche, le quali ricoprivano un ruolo pregnante nella trasmissione del sapere dal più anziano al più giovane, e nella cementificazione delle loro relazioni.
Ma definire la definizione significa ora determinare i risvolti di questo tema nella nostra società, porgendo al lettore le informazioni necessarie per direzionarlo verso una critica autonoma.
La domanda che più spesso ci si pone riguardo l’omosessualità è costituita da aut aut, come: “giusto o sbagliato?”, “morale o immorale?”.  Noi non diciamo “utile o inutile?”, dal momento che, ipocritamente, tendiamo a rigettare atteggiamenti immediatamente pragmatici, sintomi di asetticità e inumanità, iniettandoli nella sfera di altri termini o questioni, come “giusto”, “sbagliato”, “morale”, “immorale”, ecc., proprio mentre crediamo di disfarcene.
Ebbene, la discussione potrebbe cominciare dalla nostra idea di sesso, se sia esso quindi visto in accezione utilitaristico-meccanica (il sesso è il modo grazie a cui l’animale si riproduce), vitalistico-edonista (il sesso è una delle cose più belle della vita, e visto che non fa male a nessuno, è bene farlo) teologico (il sesso è l’atto supremo di unione tra l’uomo e la donna, per cui non va mercificato e scialacquato, ma santificato e coronato dal frutto dell’amore, il neonato), e via discorrendo.omosessualità nell'antica grecia
Ciascuna di queste categorie in cui per comodità imprigioniamo i punti di vista, non per forza univoci e privi di sfumature, sono del tutto condivisibili,  hanno una loro valenza, e proprio per questo non vi si può impostare su alcun discorso sempre valido.
Al di fuori di questa via madre or ora scartata, un’altro probabile punto di partenza  dell’argomento-omosessualità potrebbe essere rappresentato da: può essere considerata una malattia? L’atteggiamento omosessuale è imputato a varie cause: fisiche (squilibri ormonali, conformazione di una parte del cervello, detta ipotalamo, simile a quella del sesso opposto); situazionali (prigioni e caserme inducono gli uomini ad avere rapporti sessuali tra di loro, come ripiego a un diverso tipo di sessualità che a causa della situazione  in cui si trovano non riescono a soddisfare); volontarie (il soggetto può decidere scientemente, e non per soddisfare pulsioni, la propria omosessualità. Questo può avvenire per cattive esperienze relazionali con l’altro sesso o addirittura per prostituzione, soprattutto in quella maschile).
Diversi scienziati, psicologhi e psicoanalisti si sono contrastati spesso sul tema. Il biologo Alfred Kinsey dimostrò attraverso dei sondaggi (reputati faziosi o poco accurati da parte dei suoi avversari) che il 37% della popolazione maschile aveva avuto almeno un rapporto omosessuale nel corso della sua vita, protratte fino all’orgasmo. E la popolazione esplicitamente uraniana (altro vocabolo poco utilizzato per indicare gli omosessuali, ma anche i bisex), secondo le stime di Kinsey si aggirerebbe attorno al 5-10%.
D’altro canto Edmund Bergler, nel suo libro Psicoanalisi dell’Omosessualità, afferma che l’omosessualità è “un problema sociale che si va facendo sempre più grave”, ma che si può curare: “Ho scritto questo libro per quei giovani che, per via di una spaventosa impossibilità di ottenere informazioni precise, considerano erroneamente la loro omosessualità come un destino definitivo”. Le tesi da lui prodotte in causa erano all’epoca già superate, ma lo psicoanalista austriaco poteva vantare numerose “guarigioni” al suo attivo.
E quindi? Cosa ci ritroviamo tra le mani? Queste informazioni da sole non bastano, perché anche le persone dotate di eccezionali capacità cognitive presentano dati simili: costituiscono una bassa percentuale della popolazione (come gli omosessuali, tra l’uno e il 5%), e difficilmente socializzano per la loro superiore intelligenza, motivata dall’esagerata attività intellettuale svolta in età infantile, o da caratteri genetici, o da diverse conformazioni cerebrali. Ad esempio il cervello di Einstein, una volta dissezionato, risultò essere privo di quella sorta di membrana che separa i due emisferi, base fisica del pensiero laterale che gli è valso il Nobel e la fama di “grande genio”. E’ dunque normale che a diversa disposizione di spirito corrisponda anche diversa conformazione fisica, e questo ce lo spiega il grande libro della natura, dentro cui ad ogni genotipo corrisponde un fenotipo, così come ad ogni parola corrisponde un significato. Diversità non vuol dire per forza malattia, o anormalità, ma anche dote.

walt whitman

Walt Whitman col suo amante Peter Doyle

Non so se pensasse a questo l’associazione psichiatrica americana, quando nel 1973 rimosse l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, oppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quando nel 1984 confermò la scelta eliminando l’omosessualità dal Diagnostic and Statistical manual of Mental disorders (DSM); sta di fatto che l’omosessualità non può essere considerata una malattia da curare, né tantomeno, un male per la nostra società.
Personaggi illustri della nostra storia come Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Oscar Wilde, Walt Withman,  Leonardo da Vinci, Ludwig Wittgenstein (e la lista potrebbe continuare per ore; per giorni se oltre che nelle fonti, si andasse a scavare nei fatti) sono stati omosessuali, ma nel mondo ancora pochi sono i paesi che accettano di buon grado questo fenomeno.
Molti Stati addirittura lo considerano talmente aberrante da non risparmiarsi di adottare pene anche molto severe, che possono comprendere l’ergastolo o persino la morte, per coloro che si permettono di innamorarsi di chi non può dargli una progenie.
Il gene, la volontà, la scelta, la situazione, il vissuto di una persona non può essere condannato, così come non si può condannare Eros per aver sbagliato mira: Eros non esiste.