Sguardi sul Novecento, collezionismo tra gusto e tendenza

Dipinti dal Tre al Settecento, superbi arredi d’alto antiquariato, arazzi, tappeti, argenti, ceramiche, porcellane

“Anche qui il momento è pessimo però io sfonderò:
Sono già comparsi articoli su giornali importanti e preparo un’esposizione che “farà presa”.
Moralmente… le cose vanno a gonfie vele…naturelllment
Non farà una scappata?
E la mostra di Milano e di Padova? Come è andata? Troppe mostre!!
Troppe mostre!!”

Sguardi sul Novecento, mostraPotrebbe sembrare una missiva di questi giorni, invece è quanto Filippo de Pisis scriveva nel 1944 da Parigi a Carlo Cardazzo, figlio di un costruttore edile con la passione per l’arte, collezionista, gallerista e mercante, fondatore della galleria del Cavallino – una delle prime attive a Venezia, fin dal 1942 – e quindi della galleria del Naviglio di Milano e di Selecta a Roma.
Soprattutto è la testimonianza di un clima culturale, di un intreccio tra artisti, nuovi collezionisti e mercato che ha percorso tutto il Novecento a partire dal terzo decennio, consentendo il diffondersi dell’arte contemporanea, motivando il supporto a maestri spesso squattrinati, coltivando passioni, sostenendo genialità ancora in ombra, dando vita a raccolte che, oggi, ci permettono di avere riscontro dell’opera dei maggiori protagonisti del Novecento.

Ed è appunto all’arte italiana del secolo scorso attraverso gli occhi e i gusti del collezionismo privato, risorsa culturale che è rimasta viva e vitale per tutto il Novecento, che la Fondazione Famiglia Terruzzi–Villa Regina Margherita (costituita da Famiglia Terruzzi, Comune di Bordighera, Provincia di Imperia e Regione Liguria) dedica un’importante esposizione dal 27 giugno al 30 settembre, nel borgo ligure di Bordighera a pochi passi dalla Francia, in quel nuovo e straordinario polo museale sorto dal connubio pubblico-privato, che è Villa Regina Margherita.
L’ultima, amata residenza della Regina madre dallo scorso anno ha infatti aperto al pubblico – dopo un integrale restauro finanziato dalla Fondazione Anna Fiamma Terruzzi – esponendo oltre 1200 pezzi di grande pregio della collezione del noto mecenate: più di 170 dipinti dal Tre al Settecento, superbi arredi d’alto antiquariato, arazzi, tappeti, argenti, ceramiche, porcellane.
Opere appositamente selezionate e allestite in via permanente nel fascinoso edificio, circondato da un parco secolare e dotato dei servizi di un grande museo: biblioteca specialistica, gabinetto di restauro, caffetteria con terrazza panoramica e vista fino a Monaco e alla costa Azzurra da un lato, e ai promontori della Corsica dall’altro (come l’architetto Broggi, progettista della villa, scriveva cent’anni fa alla sua committente), bookshop Skira allestito tra gli arredi originari della biblioteca della Regina Margherita, sale per esposizioni temporanee, ecc.

Da fine giugno dunque, a questo già entusiasmante percorso museale, si affiancherà la mostra “Sguardi sul Novecento”: un’intensa carrellata di grandi autori che hanno segnato l’arte del XX secolo – De Pisis, Severini, De Chirico, Casorati, Morandi, Fontana, Martini, Rosai, Schifano, Manzù e molti altri – con 55 opere tra gli anni Venti e Sessanta prestate, per l’occasione, non solo dalla collezione Terruzzi ma anche da altre, importanti raccolte private italiane.
“Il collezionismo italiano del secolo scorso – scrive Annalisa Scarpa  pur non fatto di nomi roboanti e mediatici, come Saatchi negli Stati Uniti o Pinault in Francia, è stato molto più capillare che in altri Paesi e, pur vedendo maggior concentrazione in città egemoni come Milano, Torino, Venezia, Bologna e Roma, si è diffuso, soprattutto dagli anni ’60, anche in quella provincia che è stata motore dell’economia del paese. Grandi industriali prima, negli anni tra le due guerre, piccoli e fieri imprenditori poi, ma anche professionisti di prestigio, alta borghesia ricca di passione e curiosità, hanno costruito nel nostro Paese collezioni che hanno gallerie pubbliche d’arte moderna”. Ora “al museo di Villa Margherita”, nato da un collezionismo appassionato e poliedrico talmente eclettico, nelle sue impetuose predilezioni, da lasciare stupiti e affascinati, si affianca un omaggio affettuoso a quello di tanti, altrettanto appassionati qualitativamente se non quantitativamente, che hanno saputo credere nell’estro e nella genialità del proprio tempo”.
Ecco dunque che la mostra, grazie anche a una ricca selezione di foto e documenti storici prestati dall’Archivio Il Cavallino, ci conduce a riassaporare il clima e il fervore di quegli anni in cui non era ancora il mondo delle aste a polarizzare le scelte dei collezionisti ma le gallerie sorte soprattutto a Milano, Venezia e Roma a suggerire nomi e correnti artistiche, oppure le grandi manifestazioni: la Quadriennale di Roma nata nel 1927, la Triennale di Milano, fondata a Monza nel ’23 e quindi trasferita nel capoluogo lombardo nel 1933, e soprattutto la Biennale d’Arte di Venezia che dal 1895, con la sua proclamata indipendenza da condizionamenti, fu tra i garanti del successo di molti artisti del nostro Paese.
“Sguardi sul Novecento” ci riporta a quel tempo, attraverso le opere di 33 autori che in modo diverso hanno dato voce alle tante anime del secolo, focalizzando tuttavia l’attenzione su alcune figure chiave di questa epopea come Felice Casorati – il cui “Ritratto di Riccardo Gualino”, elegantissimo e profondo, assurge quasi a simbolo di questa mostra con tutta la nobiltà della passione per l’arte che l’opera racchiude – Giacomo Balla, Giorgio De Chirico, Gino Severini, Antonio Ligabue, Renato Guttuso e Arturo Martini, di cui vengono presentati gruppi di lavori davvero notevoli.
Così se di Balla la mostra a Villa Regina Margherita propone due importanti dipinti che riconducono ad altrettante fasi dell’excursus artistico del pittore – “Villa Borghese dalla finestra” del 1908 circa, con la sua sperimentazione su effetti di luce e scomposizione di colore che rivela l’adesione “parigina” al divisionismo puntinista e “Quando?” del 1929 circa, in cui è ampiamente matura la svolta futurista elaborata nel ‘18 con il “Manifesto del Colore”- di De Chirico l’esposizione propone cinque autentici capolavori, che attraversano quasi un trentennio della sua rutilante attività artistica.
É soprattutto tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, che De Chirico è concentrato nel recupero del mondo classico che sarà cardine di gran parte della sua poetica. “Les Constructeurs de Trophées” (in mostra una bellissima versione del ‘28) ne è il simbolo pregnante, insieme ai “Gladiatori”: opere che nascono accanto a quel volume – “l’Hebdomeros” – uscito nel 1929 con il sottotitolo “le peintre et son génie chez l’écrivain”, considerato da Maurizio Fagiolo dell’Arco “tra i capolavori della letteratura d’invenzione” e dove si ritrovano “molti dei motivi plastici che l’artista, in quagli stessi anni, stava svolgendo in pittura”. “Piazza d’Italia”, così come “Andromaca” o “Il Trovatore”, sono viceversa temi che accompagneranno l’artista per una più dilatata fase del suo cammino.
Soprattutto le “Piazze d’Italia” sono elemento fondante della Metafisica dechirichiana di cui possiamo vedere gli albori già nel 1912: un soggetto che ritorna in numerose varianti sia cromatiche che scenografiche anche nei decenni della Neometafisica e reca in se uno spasmodico amore per la luce nella sua valenza atmosferica, con ombre lunghe e nette che tutto abbracciano e sublimano.
Ne emerge – come nelle versioni proposte in questa occasione – l’idea stessa che De Chirico aveva della bellezza, più visionaria che onirica, carica di un’atmosfera che allude a una sottile realtà interiore. “Ho lavorato molto e fatto grandi progressi – scriveva De Chirico a Cardazzo nel febbraio del 1946 – sono sicuro che le mie nuove cose piaceranno molto a quelli che capiscono ed amano sinceramente le vere pitture”. Sfilano davanti agli occhi altri protagonisti del gruppo degli artisti italiani residenti a Parigi: Campigli con “Giocatori di Scacchi” del 1921 e una versione di “Bagnanti” risalente ai felici anni Quaranta (1942) e soprattutto Severini, con un pastello su carta raffigurante uno degli affascinanti paesaggi notturni del periodo parigino, “Rue des Arts à Civrai” (1909), che precede il periodo futurista e con una “Danseuse” del 1957, ripresa più tarda ma non meno efficace di quei motivi cubo-futuristi che avevano reso famose le sue composizioni dei secondi anni Dieci.
L’altra anima dell’arte italiana del Ventennio e in particolare degli anni Trenta, quella legata al programma “Novecento”, è rievocata con nomi di primo livello come Mario Sironi, Arturo Tosi, Ottone Rosai, Adolf Wildt – bella e intellettualistica la sua “Concezione” del ‘21 – e Arturo Martini, di cui vengono presentati tre bozzetti: “I Dioscuri” del ’34, “Giustizia Corporativa” del ’37, preparatorio del celebre bronzo realizzato per il Palazzo di Giustizia di Milano, e il bozzetto del monumento a Tito Livio per l’Università di Padova del ’42, anno in cui Martini viene nominato membro onorario dell’Accademia di Venezia.
Anche ad Antonio Ligabue e a Renato Guttuso, tra le personalità più “intriganti” del panorama artistico del Novecento, la mostra riserva particolare rilievo.
Di Ligabue affascina la vita geniale e disperata, ma soprattutto la carica vitale della sua pittura e il mondo naif dei suoi quadri in cui rivivono tutte le paure e le ossessioni di un’anima inquieta e tormentata. Nel percorso espositivo si contano ben sette opere dell’artista nato a Zurigo: con i suoi soggetti tipici desunti dalla natura – cani da caccia, fagiani, gatti, leoni, volpi, cavalli – e con uno dei suoi molteplici, inquietanti autoritratti. Di Guttuso colpisce invece la potenza del colore e la grande forza espressiva della sua pittura che diventa resistenza, passione etica e denuncia civile.
“L’uccisione del capolega” del 1947 nasce in quell’ambiente culturale fatto di artisti e amici come Birolli, Vedova e il gallerista Cairola, che si esprime nel “Fronte Nuovo per le Arti”: manifesto artistico ma anche movimento politicamente molto impegnato.
I temi sociali diventano proprio in questi anni predominanti per Guttuso, che porta sulle proprie tele le lotte dei contadini, la vita dura di zolfatara e cucitrici e, soprattutto, il proprio rancore per la violenza e l’arroganza della “forma mentis” che si arrocca attorno a tutto quello che è violenza e mafia. Accanto a questo capolavoro, in mostra si possono però ammirare anche tre tele eseguite dall’artista tra il 1965 e il ‘66: un periodo che vede il pittore, al culmine del successo, impegnato non solo sulle tele, ma anche nella realizzazione di scenografie teatrali e nell’elaborazione di testi, nel fervore ideologico e sociale. Eppure l’ebbrezza del successo non affievolisce la sua vena creativa, che si alimenta sempre di una vigile etica politica.
In quest’ottica va letto anche il dipinto “Asse Roma-Berlino” del 1966, subliminale omaggio all’amico di sempre, Pablo Picasso, al quale Guttuso era legato da grande affetto fin dal primo incontro a Parigi nel 1945. Siamo dunque arrivati ai mitici anni Sessanta: abbiamo lasciato alle spalle i lavori di Crippa – “Composizione Spaziale” (1952 -54) – e i “décollages” di Mimmo Rotella con le loro stravaganti lacerazioni e abrasioni su carte colorate di manifesti incollati a strati, talvolta strappati direttamente dai muri della città, e siamo giunti alla celeberrima serie dei “Tagli” (Attese) di Lucio Fontana (1968), alle “Composizioni” di uno Schifano affascinato dalla vitalità diurna e notturna di Milano produttiva e prosperosa, pur vivendo tra Roma e New York, o alla rivisitazione in chiave pop di artisti del passato proposta da Tano Festa, come in “Studio n°1 per la solitudine nel museo”, con i coniugi Arnolfini, nel quale l’artista ridipinge immagini icona proiettate sulle tele.
Il percorso sta per concludersi, ma un’ultima sezione riserva ancora sorprese ed emozioni con alcuni grandi maestri stranieri che furono particolarmente vicini all’esperienza e all’ambiente artistico italiano e fortemente legati in particolare alla Liguria e alla Costa Azzurra: artisti che Annalisa Scarpa ha sentito la necessità di ricordare in una mostra così intimamente legata, nella sua costruzione, al luogo che la ospita. Asger Jorn per esempio giunse ad Albisola, in Liguria, dalla Danimarca nel 1954.
Era malato e il movimento artistico di cui era stato uno dei fondatori, in un caffè di Parigi, qualche anno prima, era ormai sciolto, il gruppo dei “militanti” di un’arte libera da formalismi, disperso in mille rivoli per l’Europa. Dalle miti coste liguri, Jorn continuerà però a lavorare e a tessere una rete di fertili relazioni.
É la breve fiammata del gruppo “CoBra”, che raccolse per un fertile, anche se transitorio periodo, artisti, poeti e letterati provenienti da tre città, Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam (da cui l’acronimo del più aggressivo dei rettili), e che fu propugnatore di una totale libertà d’espressione all’insegna della creatività collettiva.
Sulla Riviera di Ponente, dove già trascorreva l’estate Lucio Fontana, approdò anche un altro esponente del gruppo “CoBra”, Karel Appel, e vi giunse anche il cubano Wilfredo Lam (ricordato in mostra con un dipinto del ’45, “Nascono i mostri o maternità”), grande amico di Picasso, frequentatore di molti artisti surrealisti che si raccoglievano attorno ad André Breton, come Max Ernst e Victor Brauner, entrambi presenti in questa sezione dell’esposizione.
Era del resto lo stesso gallerista Carlo Cardazzo ad incoraggiare Jorn e i suoi amici a trasformare questo estremo territorio ligure in un grande centro di sperimentazione artistica, sottolineando ancora una volta il ruolo fecondo svolto da tanti collezionisti e mercanti nello sviluppo dell’arte del Novecento.
E la Francia è lì a due passi, la Francia della Costa Azzurra e della Provenza, rifugio di un nugolo di artisti giovani e meno giovani che alimentano con le loro creazioni il mercato, le gallerie e il fertile collezionismo italiano: da Hartung, che nel 1976 venne nominato cittadino onorario di Antibes, la prediletta da Picasso, ad Arman, che a Nizza ebbe la propria formazione artistica e dove ebbe modo di frequentare Yves Klein, pochi sfuggiranno al fascino sottile di questi luoghi, la cui vicinanza con Bordighera ha per villa Margherita un valore che non è solo simbolico, ma anche di forte scambio interculturale.

Inserita da il 17 giugno 2012