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Federico II, Laurea Honoris Causa a Paolo Sorrentino

L’Università Federico II, nell’ambito dei festeggiamenti dei suoi 791 anni dalla fondazione, ha conferito al regista Paolo Sorrentino la Laurea Honoris Causa in Filologia Moderna

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Paolo Sorrentino con il rettore Gaetano Manfredi

Buon compleanno Federico II. L’Ateneo più grande del Sud, e tra i più antichi d’Europa, ha compiuto 791 anni e quale modo migliore di festeggiare un giorno così speciale se non con un programma ricco di eventi!
Tra questi riecheggia la Laurea ad Honoris Causa in Filologia Moderna conferita allo scrittore e regista Paolo Sorrentino. La cerimonia si è svolta venerdì 5 giugno nell’Aula Magna storica, alla presenza del rettore dell’Ateneo Gaetano Manfredi, dei docenti, degli studenti, del personale e dirigente della Federico II, della stampa e di un vasto pubblico di ospiti il noto regista ha ricevuto l’ambita riconoscenza.
Dopo i saluti iniziali il rettore ha rivolto un ringraziamento ai laureati presenti e non in aula così dicendo: “Un ringraziamento va al mondo dei nostri laureati che sono centinaia e migliaia di uomini e donne che ogni giorno operando con il loro impegno professionale nella società sono la migliore più concreta testimonianza della qualità e dei valori della nostra università. Oggi è un giorno particolare perché festeggiamo i 791 anni dalla fondazione del nostro Ateneo, perché 791 anni? Questa è la domanda che tutti mi hanno posto in questi giorni. Non perché sia una data particolare, oggi festeggiamo semplicemente il giorno della nostra fondazione – precisa il rettore Manfredi – e della nostra identità che deve essere sempre presente nelle nostre azioni quotidiane e da quest’anno, per questo motivo, ricorderemo la fondazione dell’Ateneo ogni anno”.
Dopo l’introduzione del rettore Manfredi c’è stata la laudatio accademica di Corrado Calenda, professore di filologia dantesca, amico del regista e fiero possessore del dattiloscritto originale del primo lungometraggio “L’uomo in più” del 2001. Questa «prima apertura al mondo del cinema» è verso «un autore, anzitutto, dei soggetti e delle sceneggiature di tutti i suoi film» e che possiede «l’appassionata vena di scrittore, da lui stesso più volte segnalata come tratto essenziale, e all’origine dei due romanzi in cui conferma autonomamente il talento».
«Le sue risorse creative – sempre nella laudatio di Calenda – partono dall’invenzione di un potente personaggio entro singolari trame narrative in cui si contaminano, con sovrana disinvoltura, trash e sofisticherie, psicologie elementari e psicologie complesse, ritratti d’ambiente e impegnative riletture della storia recente».
Un “emozionato e intimidito” Paolo Sorrentino in toga con la sua lectio ha ricordato orgogliosamente i suoi vent’anni a Napoli, dove è nato nel maggio del 1970, ed il sogno cinematografico che iniziava con i primi cortometraggi, la vittoria del premio Solinas con la sceneggiatura “Dragoncelli di fuoco” e poi con il già citato primo lungometraggio.
«Per vivere e per scrivere serve il trucco – ha affermato Paolo Sorrentino -. Ma, esattamente, come un mago i trucchi non ve li dirò. Scrivere è anche una pulsione a mettere ordine nel caos, per poi scoprire che mettere in ordine è una illusione. Ma noi non ci stanchiamo mai di illuderci… Non siamo mai sazi del dolore e delle disgrazie e le gioie sono troppo brevi ed il non venire mai a capo di niente permette di ricominciare. E soprattutto nell’arte il non riuscirci è eccitante, irresistibile e così si ricomincia a lavorare. I sentimenti dei miei primi 20 anni? La frustrazione per le mancate risposte pronte; la malinconia e la perdita prematura della spensieratezza. La sicurezza e la gratificazione vengono dal vedere i miei attori recitare e mi illudo che la loro spensieratezza sia la mia. Una volta deciso cosa raccontare si palesa la domanda del come farlo. Allora si prova a sbalordire mentre il lettore, lo spettatore prova farsi sbalordire. Io ho sostituito la parola speranza con la parola desiderio. A Napoli c’è la figura del Munaciello, misterioso e divertente ma che incute anche paura, ecco per me il cinema è il Munaciello».
I film di Sorrentino ruotano sui rovesciamenti della percezione; i suoi personaggi sono prigionieri di universi labili, in continuo movimento o collassanti.
“Il passaggio dal caos della vita, a volte monotono, allo status appassionato di un film o di un libro consiste nella varietà dei trucchi che vengono adoperati. Questi espedienti sono forme di bassezza, sono forme di disonestà, è vero, ma è tutto quello che abbiamo per scrivere e fare film. Alla fine del gioco i trucchi, queste forme innocue di disonestà, sono tutto quello che abbiamo per continuare a stare nel mondo. Ed allora ecco che quadrano i conti: per vivere e per scrivere serve il trucco. Esattamente come farebbe un mago, io i trucchi non ve li do, mi è dunque impossibile tenere una lezione sulla scrittura e sul cinema. Questi trucchi non vogliamo rivelarli a nessuno, sono una nostra forma di sopravvivenza. L’unica cosa che posso rivelare sono certi ricordi, certe suggestioni…”.
Quando si parla di trucco, vien da pensare alla magia. La magia è quella del cinema. Che il cinema sia (anche, e soprattutto) un effetto illusionistico lo sapevano bene i primi spettatori (quelli in fuga dal treno dei fratelli Lumière). Ed ecco che Sorrentino torna sulla dimensione magica e paradossale, assurda eppure indispensabile, delle illusioni. L’utilizzo del trucco diventa così strumento per raccontare l’animo umano e i suoi numerosi (auto)inganni. Sorrentino si auto dichiara un illusionista. Il regista conosce bene parecchi trucchi del mestiere (non tutti) e noi, vittime e complici, quando guardiamo i suoi film ci lasciamo felicemente ingannare e stiamo al gioco. Non c’è limite all’intelligenza e, dunque, i trucchi (attenzione, non le tecniche) – essendo frutto dell’intelletto – non saranno mai definibili (sia per numero che per tipologia), neanche in 1000 lezioni. In poche parole: i suoi trucchi, come quelli di chiunque regista o scrittore, non sono numericamente finiti e non sono universali, non è detto che vadano bene per tutti e per tutto!
“Tutto ciò che accade di fondamentale in un essere umano accade nei primi anni di vita. Da questa consapevolezza ho trovato una base forte sulla quale costruire un numero indefinito di storie. Sta di fatto che non siamo mai sazi del dolore e del disagio, le gioie sono solo brevi intermezzi. Non si viene mai a capo di niente. Questo non venire mai a capo di nulla ti consente di tornare a scrivere un altro film. E’proprio in questo circolo vizioso del non venire mai a capo di nulla che da secoli si dimenano l’arte, la letteratura, il cinema, il teatro. Provare a trovare vie di fuga e non riuscirci. Eppure questa fatica è così eccitante e indispensabile! E’ così che il motore non si spegne mai”.

Ricordiamo che Paolo Sorrentino nel 2010 ha esordito nel mondo letterario con Hanno tutti ragione, romanzo terzo classificato al Premio Strega 2010.

Nel 2014 il suo film La grande bellezza vince l’Oscar come miglior film straniero, il Golden Globe e il BAFTA nella stessa categoria, quattro European Film Awards 2013, nove David di Donatello 2014 e cinque Nastri d’argento 2013.

La cerimonia è proseguita poi sullo scalone della Minerva dove il coro polifonico dell’università ha dedicato un saluto musicale al ‘neolaureato’. Alle 20 la festa si è spostata in piazza del Gesù con il concerto di Peppe Servillo ed i Solis ed un intervento di Sorrentino, sul palco col Rettore Manfredi ed il Prorettore Arturo De Vivo, che ha risposto alle domande di quattro studenti tra i meritevoli premiati dalla Federico II.

Foto di Maria Consiglia Izzo