L'Open source contagia anche il mondo della fotografia
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Open source, codice aperto. Termine ormai entrato nell’uso comune, sta ad indicare un software i cui autori ne permettono il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. E’ proprio dalla collaborazione spontanea di più parti che si ottiene un risultato più completo di quanto possa raggiungere il lavoro di un singolo. E da Internet, la piattaforma che ha più beneficiato dell’open source, si arriva alla macchina fotografica.
La prima macchina digitale open source verrà prodotta e messa in commercio nel giro di un anno. Il costo forse è un po’ troppo elevato, più di 1000 euro, ma come ogni nuova tecnologia sono necessari quei quattro, cinque anni di rodaggio. Il dispositivo, figlio delle licenze d’uso, potrà essere aggiornato di continuo con nuovi programmi e reso quindi più moderno senza spendere molto. Appassionati di informatica e fotografia potranno dare libero sfogo alla loro creatività, apportando personalmente le migliorie nel sistema.
E’stato Marc Levoy, professore di scienze alla Stanford University in California ad avere l’idea, coadiuvato dall’assistente Andrew Adam, che ha creato la “Frankencamera”, così battezzata perché realizzata utilizzando componenti di apparecchiature diverse come il chip di un Nokia N95, le lenti di una fotocamera Canon e una scheda madre Texas Instruments. Potranno essere migliorate le prestazione della macchina fotografica modificando applicazioni quali l’autofocus, il flash, la velocità dell’otturatore per effetti particolari o fornire software per l’editing. Sarà a disposizione degli utenti un negozio online grazie a un sistema operativo basato su Linux, il sistema operativo open source per eccellenza.
Il progetto ha trovato l’appoggio di società come Nokia, Adobe Systems, Kodak e Hewlett-Packard, consapevoli delle potenzialità dell’open source. Chi userà questa fotocamera non sarà costretto a stare dietro al mercato inseguendo il nuovo modello né a utilizzare i programmi messi in commercio e progettati per essere applicati solo a questo o quel modello. Potrà divertirsi e sperimentare di tutto, creando una macchina fotografica personale e al tempo stesso quanto mai “collettiva”, perché frutto dei contributi di tanti appassionati. Ecco perché il professor Levoy tiene a precisare che “questa scoperta servirà a infondere negli amanti della fotografia un nuovo entusiasmo nei confronti delle tecnologia”.
Pubblicato il 5 Settembre 2009 | Letto 1235 volte

