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Shoa. Professore della Sapienza nega lo sterminio: "E' una leggenda"

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Polemiche e sdegno sopraggiungono dal mondo accademico travolgendo in queste ore il primo ateneo romano.
Fuori e dentro le aule della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, infatti, non si parla d’altro che di quel professore che si è permesso di negare l’esistenza dell’Olocausto.
Il professore, o meglio il ricercatore imputato nella triste vicenda è Antonio Caracciolo, 59 anni, insegnante di Filosofia del Diritto presso il dipartimento di Teoria dello Stato, nonché fondatore di un blog “ClubTiberino”, nel quale parla, scrive e propaganda teorie anti-semite, arrivando perfino a definire l’Olocausto una vera e propria “leggenda sulla quale esistono solo verità ufficiali non soggette a verifica storica e contraddittorio”. “Una leggenda – prosegue Caracciolo – usata per colpevolizzare moralmente i popoli vinti".

Infatti, in uno dei suoi post pubblicati sul web, il 20 giugno del 2007, Caracciolo commenta così la protesta di alcuni giovani ebrei romani contro la liberazione di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine: “Ormai hanno posto tutto ciò che c’è di ebraico al di sopra dei diritti degli altri cittadini. Personalmente non sono convinto della colpevolezza di Priebke, non perché l’ufficiale tedesco non sia stato responsabile dei fatti che gli vengono addebitati, ma perché trovo inadeguato il concetto di responsabilità individuale in fatti catastrofici collettivi, bellici, che sconvolgono ogni sicura determinazione della responsabilità da parte di singoli individui”.

Il suo pensiero, in fin dei conti, non sembra essere così lontano dalle giustificazioni che i capi nazisti declamarono come atto di difesa dai capi d’accusa emessi a loro carico durante il processo di Norimberga che, la nota filosofa politica ebreo-americana, Hanna Arendt ha definito “la banalità del male”, riferendosi appunto alla questione della responsabilità umana in scenari collettivi: “Non si può negare la responsabilità individuale cercando di coprirla o vanificarla con quella collettiva, sorretta dall’obbligo dell’Io obbedisco a qualunque comando impartito”.
Ma il post pubblicato sul web non è l’unico della serie. Se ne scovano a migliaia riguardanti ad esempio le camere a gas: “Anche le camere a gas – afferma Caracciolo – ammesso e non concesso che queste siano veramente esistite, sono una delle tante verità da verificare”.

Il “professore aggregato”, come ama definirsi lui non smentisce la propria difesa del negazionismo, assumendola al contrario come vera e propria questione di principio e affermando perfino “il diritto dei negazionisti di poter esprimere le proprie idee, senza finire in carcere”.
Non la pensa esattamente così, Luigi Frati, Rettore dell’Università la Sapienza, che ribatte: “Farebbe bene ad andare a Dachau, oppure, se non può recarsi all’estero, dovrebbe visitare almeno le fosse ardeatine. Ci stiamo pertanto attivando per valutare il più adeguato provvedimento disciplinare”.
Diverse reazioni di imbarazzo e sdegno sono giunte anche dalla comunità ebraica della Capitale, per voce di Riccardo Pacifici che, parlando da Israele, ha ribadito che solo in Italia personaggi del genere non vengono puniti.
Unanime la condanna del mondo politico capitolino, dal Sindaco Gianni Alemanno al Presidente della Provincia Nicola Zingaretti: entrambi severi provvedimenti disciplinari, perché ribadiscono “Un professore che nega la Shoa non può insegnare alla Sapienza”.
Dalle sue pagine on line, riprese come fonte di ispirazione dai siti della destra estrema, Caracciolo prosegue con le sue “lezioni” di filosofia del diritto, come lui le chiama, offendendo la memoria dei 6.000.000 di ebrei morti nei campi di sterminio.
Infatti, di loro dice: “Sussiste una controversia storia sul loro numero esatto. Che siano sei milioni nessuno sembra più voglia seriamente sostenerlo”.

In queste ultime ore, sempre dalle pagine del suo blog “Civium Libertas” arriva immediata la sua personale difesa, nella quale dice “di non aver mai disatteso i suoi doveri universitari e di voler continuare a difendere la sua libertà di pensiero”.
Una lunga difesa personale, nella quale il professore o meglio come lui stesso scrive “un ricercatore che non vuole essere chiamato professore”, parla e si sfoga, appellandosi alla libertà di pensiero, all’articolo 21 della Costituzione, alla sua professionalità con “i suoi pochi studenti liberi di frequentare i suoi corsi”.
Eppure, nonostante la replica, non si può non andare a rileggere su Internet il post dal titolo "Chi perdonerà gli ebrei romani?"

 


Pamela Schirru
Pubblicato il 22 Ottobre 2009 | Letto 335 volte