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La doppia ora

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Diciamoci la verità: non siamo abituati ai thriller psicologici made in Italy. È quindi da ascriversi fra le “scelte coraggiose” quella di Giuseppe Capotondi che non solo si cimenta nella sua prima opera cinematografica – pur con alle spalle un curriculum di tutto rispetto nel mondo della pubblicità e della musica -, ma lo fa con un film di genere, un noir, La doppia ora.

Eppure la pellicola, quest’anno nel quartetto dei titoli italiani a Venezia, ha incassato persino un importante riconoscimento – Coppa Volpi come migliore attrice a Ksenia Rappoport -, un po’ come avvenne nel 2008 per “La ragazza del lago” (più giallo che thriller) dell’esordiente Andrea Molaioli che sorprese tutti rastrellando ben 10 David di Donatello nel 2008.

E la bella Ksenia, che nel film viene da Lubiana, convince e trascina il pubblico nella spirale quasi irreale della vicenda. Sonia (la Rappoport) di giorno fa la cameriera e di notte frequenta locali speed date alla ricerca del vero amore. Lì conosce in modo “fortuito” Guido (Filippo Timi), ex poliziotto e custode di una villa.
Tra i due scatta la scintilla ma qualcosa va storto quando vengono coinvolti in una rapina dove Guido perde la vita. E’ l’inizio della fine: Sonia viene tormentata da sensi di colpa “rivelatori” di un passato scomodo e difficile; la morte di Guido, poi, diventa sempre più ambigua per le continue allucinazioni di Sonia (lo vede ovunque, sente la sua voce al telefono); le indagini della polizia sulla morte di Guido si legano inesorabilmente al suo nome.
In un contesto in cui nulla è come sembra, la caccia all’uomo è una corda tesa tra sogno e realtà.
Nonostante la storia (avvincente ma non ingegnosa) abbia qualche punto debole, il film scorre specie grazie alla bravura dei due protagonisti, intensi ed efficaci.