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La forza dell’abbandono

Il carcinoma è un male terribile che toglie la speranza e porta chi ne è affetto a rinchiudersi in un mondo a parte, dove tutto appare relativo: ed è solo attesa, bramosia, a volte disperazione

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Quando un familiare, un parente a noi caro ne è succube, ci si ritrova insieme ad affondare in questo baratro di emozioni perverse, che confondono e lacerano, privandoti della forza che, strenuamente, gli si oppone per sopravvivere.
Se il tumore è allo stato terminale, l’essere accanto al malato comporta la menzogna, il falso sorriso, il tormento dell’imminente perdita. Lo si guarda negli occhi e si percepisce che quelli non possono mentire. Allora si schiva lo sguardo e si continua a proferire incoraggiamenti, a proporgli progetti a lungo termine, a infondergli, anche se solo per un istante, l’illusione che è possibile una miracolosa guarigione. Perché l’infermo sa di essere minato nel fisico, ma una piccola parte di se stesso rifugge dal nulla, dalla fine d’ogni cosa.
E’ troppo triste, troppo angoscioso volgere la ragione all’aldilà, dove ci annunciano dai pulpiti delle chiese che la nostra esistenza si trasformerà in estasi pura, saremo con Dio, nella gloria eterna. Ma lasciare i propri amici, mogli o mariti, figli, a volte molto piccoli, col rammarico di non vederli crescere, studiare ed intraprendere un cammino da non poter condividere con loro, è troppo amaro, anche per il più cinico degli uomini.
Potranno pensarti, credere di ricordare i lineamenti del viso, ma i mesi, gli anni sono nemici della memoria. Una tomba è un sito vacuo e freddo da visitare, dove porre un fiore; rappresenta un ben misero conforto all’assenza di un bacio ed una carezza perduti.
Anche quando la persona sconfigge il carcinoma, vive una fase di rifiuto del presente.
C’è solo il domani da attendere per una conferma di risanamento, per non aver più terrore che una cellula impazzita possa gestire il mondo che ti appartiene e del quale non si è più padrone assoluto.
La malattia incattivisce, rende egoisti, accentratori e a volte sinceri al limite del sopportabile. Chi assiste al declino o alla rinascita, è solo passivo spettatore, vittima sacrificale, sofferente moralmente nella sua inettitudine, a confronto d’un abnorme conflitto che non dà risposte e, come una sibilla, lascia domande a cui le repliche appaiono errate.
Si prega, si piange, si urla, si sente il cuore andare in frantumi di fronte al disinteresse, alla rabbia, all’inquietudine, al dolore inespresso. Chi non ne è stato colpito, neanche di riflesso, non può capire e la comprensione alla stravolta facoltà intellettiva che vorrebbe aiuto, ma al tempo stesso lo rinnega, dà un segno di instabilità che corrode l’anima.
L’amore aiuta, ma a tratti fa fatica ad emergere. Lotta, fa a pugni con il resto, pieno di ecchimosi esce vittorioso ma stanco. L’impegno è che non perda forza, affinché chi lo desidera, ma fa le bizze, si accorga che c’è costantemente qualcuno che elargisce appoggio gratuitamente, spinto dall’affetto e non dalla pietà.