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L’isola della memoria

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Come Venezia, il Festival del Cinema di Roma, giunto alla sua quarta edizione, fa i conti con la Storia. Ad aprire le danze c’è Dawson, Isla 10 diretto dal regista cileno Miguel Littin e proiettato a Roma in anteprima internazionale con grande plauso di pubblico e critica.
Littin racconta l’11 settembre cileno, quando il golpe del Generale Augusto Pinochet stronca il governo (e la vita) di Allende, il “compagno Salvator” (come lo chiamano i suoi), leader del partito della Unidad Popular.
E poi la presa della Moneda nel 1973, l’arresto dei rappresentanti del governo Allende, la creazione di campi di lavoro nel Sud del Cile in cui cancellare la loro identità.
“Una sorta di scommessa sui valori”: così il regista definisce la sua opera ispirata al libro di Sergio Birtar, (nel 1973 uno dei ministri che venne deportato nell’isola di Dawson). “Il libro di Bitar è stato la base del mio film, nulla di più. Credo che il rapporto che intercorre tra cinema e letteratura debba infatti essere quello di una infedeltà annunciata. Per esser fedele al libro devi in qualche modo tradirlo, interpretarlo.”

“Dawson, Isla 10″ è la vittoria dell’intelligenza sulla forza: “i soldati che erano preposti a controllare e gestire i prigionieri subiscono dei cambiamenti psicologici”, racconta Littin. I militari sono costretti a rivedere la loro posizione: il contatto con i prigionieri apre loro nuove strade mentali, li educa ad un ritrovato senso di solidarietà e umanità. “Se non fossimo certi che esiste la possibilità di cambiare, non potremmo neppure pensare ad un futuro migliore.”
Il protagonista del film, Benjamin Vicuna, interpreta Sergio Bitar, ex ministro della giunta Allende accusato dal nuovo governo d’essere un agente del marxismo internazionale. Nel campo di concentramento “all’estremo confine della terra” diventa solo un numero, Isla 10 appunto.
“Se non fu l’esperienza più eroica della nostra vita, di certo fu la più degna”, risuonano le parole di Bitar mentre con la mente attraversa i fitti alberi che componevano l’isola, il suo immutato silenzio. Nessun contatto col mondo esterno, solo una matita per annotare i pensieri sparsi qua e là, una radio clandestina (costruita artigianalmente dai detenuti con materiali di scarto), e tanta voglia di vivere – lo humour dei prigionieri che cantano perfino mentre vengono brutalmente sbattuti in cella di isolamento diventa un’arma per difendere la dignità -.
A volte arrivava della posta ma epurata da tutto ciò che era ritenuto pericoloso dal regime: “Tagliavano la nostra corrispondenza o ne cancellavano delle parti” ha detto a Roma Sergio Bitar (attualmente Ministro dei lavori pubblici in Cile). “Ricordo che un mio compagno ricevette una lettera in cui erano rimaste intatte solo le parole d’apertura e di chiusura, tutto il resto del testo era stato cancellato con del pennarello nero”.
“Dawson, Isla 10″ rappresenterà il Cile nella corsa agli Oscar 2010 come miglior film straniero.