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Quando l’amico si chiama Eric Cantona

Si ride e si riflette nel film Il mio amico Eric (titolo originale Looking for Eric) di Ken Loach; sceneggiatura di Paul Laverty, da un’idea di Eric Cantona

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Il mio amico Eric, locandina del film di Ken Loach da un’idea di Eric Cantona
Il mio amico Eric, locandina del film di Ken Loach da un’idea di Eric Cantona

Ci vorrebbe un amico, ed un’allucinazione ottica, per superare le difficoltà della vita.
Lo spiega bene Ken Loach con Il mio amico Eric (titolo originale Looking for Eric), sceneggiatura di Paul Laverty, da un’idea di Eric Cantona.
Come a dire che alcuni giocatori di cervello, oltre che di stoffa e talento, ne hanno da vendere. Cantona non si è risparmiato e per Loach ha dato sfoggio di tutte le sue doti, non ultima quella di saper suonare la tromba.

E chi non vorrebbe trovare nel suo idolo la gentile spalla su cui piangere? Così lo sfortunato postino Eric – la prima moglie che non lo ha mai perdonato per averla abbandonata subito dopo la nascita della loro primogenita e due figliastri mascalzoni a carico – vive un’esistenza di stenti dove le frustrazioni sono all’ordine del giorno.
Il lavoro da postino non lo soddisfa (in casa nasconde pile di missive mai consegnate) e, nonostante gli amici cerchino le terapie d’urto più appropriate al caso (disperato), Eric (Steve Evets) non reagisce alla vita, incurante del peso che il passato gli ha posto sulle spalle come un macigno.
Per lenire il dolore dell’anima, Eric si rifugia nell’erba che ruba con regolarità dalla camera del figlio (proprio sotto l’asse di legno dove l’adolescente custodisce anche una pistola) e si dà alla “pace dei sensi”, finché un giorno, rivolgendosi al poster grandezza naturale del suo idolo calcistico (Cantona per l’appunto), il mito si materializza in carne ed ossa; The King è lì pronto a dispensare perle di saggezza al suo nuovo amico.

Da qui la pellicola – che finora confermava il suo marchio d’origine – prende un’altra piega rispetto alla cifra classica di Loach: c’è buonumore, sense of humour e, perché no, lieto fine.
La rinascita dell’uomo parte dalla consapevolezza che “senza rischiare non possiamo superare i rischi”, parola di Cantona che nella pellicola semina consigli neanche fosse ad una delle sue leggendarie conferenze stampa. Sublime la scena in cui il postino, stanco di tutte quei “pareri da manuale”, gli dice di smetterla, ancora deve riprendersi dalla storia dei gabbiani (il riferimento è ad una frase che Cantona, durante una conferenza stampa, buttò lì senza un preciso motivo, stanco delle domande dei giornalisti: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”).
Eppure, grazie a cotanta saggezza, Eric riesce a fare i conti col passato, ad affrontare il duro presente – simbolica la scena in cui comincia a ripetere una serie di catartici NO (NO ai figli che non lo riconoscono come padre, NO alla moglie ama e che non vuole più vederlo, NO a quella fase di stallo esistenziale).
Ma l’indiscusso protagonista (e vera rivelazione) della pellicola è Eric Cantona, King sul grande schermo come sul campo, ad insegnarci che “la più nobile vendetta è il perdono” e che, nella vita come nel calcio, il gioco di squadra è tutto.