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“Avatar” revolution

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In quel di Venezia 2009 il direttore Marco Müller era stato molto chiaro, “Avatar si prospetta come il film cerniera sul 3D. Dopo di esso si parlerà di un prima e un dopo Avatar.”

E in effetti il premio Oscar James Cameron stupisce con effetti speciali – è il caso di dirlo – segnando con la sua ultima fatica lo spartiacque fra il 3D di prima generazione (dove la tridimensionalità non è funzionale al prodotto) e quello di seconda. Avatar presenta, infatti, la particolarità (non di poco conto) d’esser stato pensato – e, perciò, debitamente archiviato – in 3D.
Ben 15 anni di gestazione per dare alla luce una creatura che è maturata assieme alle conquiste del cinema.
Il risultato è davvero sorprendente. Quel che, invece, non stupisce affatto è la storia: Jake Sully (Sam Worthington), un ex marine costretto a vivere su una sedia a rotelle, si arruola nelle fila di un colosso aziendale in cerca di grandi scoperte, diventando la pedina chiave del “programma Avatar”.
Col compito di infiltrarsi tra i “Na’vi”, gli abitanti del pianeta Pandora (siamo nel futuro) Jake vi entra in contatto attraverso un Avatar, una sorta di involucro guidato dalla mente umana e dalle sembianze del popolo di Pandora. Il suolo del pianeta, ultima meta della scelleratezza umana, è infatti ricco di un minerale miracoloso per combattere l’esaurimento energetico.
Ma Jake, da carnefice diventerà vittima e messia del popolo Na’vi: complice anche l’amore (Michelle Rodriguez interpreta la Na’vi che insegna allo straniero gli usi e costumi della sua civiltà), il marine finirà per perorare la causa “indigena”, scatenando una guerra epocale nella storia dell’umanità.
Dopo “Titanic”, la nuova sfida di Cameron punta a superare (o replicare) il successo di quello che è diventato un classico del cinema di tutti i tempi.