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Joe, piccolo grande eroe

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La certosa di Padula è certamente un simbolo architettonico e spirituale di gran pregio, che vale la pena visitare.
Anch’io ci sono stata e posso testimoniare che quest’opera barocca risalente al 1300, fondata da Tommaso Sanseverino, lascia incantati e rapiti da quante meraviglie artistiche vi siano raccolte all’interno.
Ma Padula riserva anche altre sorprese.
C’è una piccola abitazione, non molto lontana dall’abbazia, modesta, non povera e ben conservata, che è un vanto per la cittadina, avendo visto qui i natali un uomo onesto, integerrimo, votato alla ricerca della giustizia, sempre.
Joe Petrosino fu un poliziotto determinato e coraggioso, un esempio di elevato spirito di servizio. Su di lui sono stati scritti molti libri, anche a fumetti, per avvicinare alla sua storia i ragazzi d’ogni età e trasmettere loro il messaggio che lui voleva e cioè che gli italiani sono un popolo d’onore, non tutti riconducibili all’immagine di delinquenti e assassini che vige spesso su di loro.
Nel 1909 venne girato un documentario sui suoi funerali e nel 1972 Adolfo Celi lo interpretò in uno sceneggiato prodotto dalla Rai.
Joe nacque nel 1860. Il padre, sarto, emigrò con la famiglia negli Stati Uniti nel 1873. Il piccolo Giuseppe crebbe a Little Italy, un quartiere di New York; fu lustrascarpe, venditore di giornali. Studiò la lingua inglese e nel 1877 assunse la cittadinanza americana, facendosi poi assumere come spazzino.
In quegli anni erano tanti gli emigranti italiani che giungevano in America e spesso proprio in virtù delle condizioni miserevoli e di contingenza in cui vivevano, davano luogo a situazioni insostenibili, tafferugli, atti di violenza. I poliziotti essendo quasi tutti ebrei ed irlandesi, non riuscivano a gestire la situazione, perché non capivano la lingua. Così l’ordine pubblico nei ghetti era lontano anni luce, dato che proliferavano all’interno di essi attività criminose gestite da bande di evasi e latitanti.
Nel 1883 Petrosino era stato ammesso nella polizia. Pieno di grinta ed intelligenza, sopperiva con tali doti alla mancanza di statura.
Nel 1895, grazie all’appoggio di Roosevelt, prima assessore alla polizia e poi Presidente degli Stati Uniti, divenne sergente. Quando la malavita seppe che uno che conosceva i loro metodi e il loro idioma era stato preposto alla conduzione delle indagini, cominciarono a temerlo e ad odiarlo.
Abile nei travestimenti e crudele verso i malviventi, fu simbolo della ricerca della giustizia.
Nel 1905 divenne tenente e si trovò a gestire l’Italian Squad, cinque poliziotti italiani che avevano il compito di combattere la Mano Nera, un’organizzazione mafiosa proveniente dalla Sicilia. Quando il tenore Caruso da questa fu ricattato e minacciato, Petrosino lo convinse ad aiutarlo nelle indagini.
Tentò anche di salvare McKinley, quando scoprì che gli anarchici che avevano assassinato Umberto I avevano intenzione di uccidere anche il Presidente. Ma questi, ignorò l’avvertimento e fu ammazzato il 6 settembre 1901, da Leon Czolgosz.
Quando fu inviato in Italia in incognito per dare un colpo decisivo alla Mano Nera, a causa di una fuga di notizie, il 12 marzo del 1909, quattro colpi di pistola misero fine alla sua vita, nel giardino Garibaldi di Palermo.
Il responsabile si ritenne fosse Vito Cascio Ferro, il boss che Petrosino teneva d’occhio ed il cui nome era in cima alla lista dei criminali trovata nella stanza d’albergo dell’eroico poliziotto.
Per il suo impegno e la sua dedizione, che gli costarono la vita, gli fu in seguito tributata la medaglia d’oro al merito civile.
Oggi, la casa della sua infanzia, lì a Padula, è un piccolo museo. Suo nipote, il figlio della sorella di Joe, con amore porta avanti il ricordo di queste imprese e di questa vita spesa per la verità.
Non mancate di farvi partecipi di questa storia di un italiano perbene.