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Roberto Saviano: La parola contro la camorra

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Lo scrittore torna con un libro e un dvd dal titolo “La parola contro la camorra”. Lo fa con la chiarezza e la pertinenza che hanno distinto la sua opera. L’autore di “Gomorra”, il best seller tradotto e venduto in 43 paesi, è stato reiteratamente oggetto di diffamazione e delegittimazione soprattutto in quelle terre in cui la Camorra è maggiormente radicata nelle coscienze delle persone.
Le organizzazioni criminali hanno necessità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale. Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come loro ci raccontano. Chi è contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di noi. Tutto questo per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle persone, che trova terreno fertile proprio in quelle circostanze dove il potere delle mafie si manifesta sulle coscienze degradate. L’isolamento e l’etichettatura di chi manifesta dissenso, che non è tale in senso stretto ma piuttosto una forte determinazione a non piegarsi alle logiche mafiose, è strumentale ad un potere che ha bisogno di un suo linguaggio, di un codice che attecchisce sull’ignoranza e sulla brutalità.

In quest’ottica la parola scritta e l’impegno civile ed autorevole di Roberto Saviano sono uno strumento potente che arriva ad un pubblico vasto di persone gettando luce sui meccanismi che provocano sofferenza e morte. Ed è proprio per questo che chi lavora con le parole e non abbassa il tiro e l’attenzione sulle dinamiche losche e marce che coprono gli interessi forti delle mafie debba vivere in “libertà condizionata” protetto da una scorta perché è vero le parole sono molto pericolose.
Il rischio è che a difenderle debba essere il corpo, il suo sangue, la sua stessa carne. È successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti, persino ai preti.
Da Peppino Impastato ad Anna Politovskaja passando per don Peppe Diana il parroco, il ragazzo poco più che trentenne di Casal di Principe ucciso perché autore di un documento “Per amore del popolo non tacerò” che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In quel documento don Diana dichiarava quale fosse il compito di un prete in quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere.
Sulla sua vita per anni è stato gettato fango, si disse che fosse stato ucciso per presunte relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Tutte volgari menzogne. La verità è che le mafie hanno paura delle parole, che queste possano essere condivise e scardinare le coscienze asservite ed omertose di cui il potere dei clan dispone.