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Un tartufo tutto da scoprire

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Dopo cinque anni di lavoro, è stato realizzato un salto in avanti nella cognizione di come sia composto uno dei funghi più pregiati, il tartufo nero, attraverso la realizzazione dell’analisi del suo genoma.
I fautori della ricerca sono i professori Michele Mirando e Giovanni Pacioni, dei Dipartimenti di Biologia di Base e Applicata di Scienze Ambientali dell’Università dell’Aquila, impegnati da anni in questo studio. Coadiuvati dalle dottoresse Antonella Bonfigli e Sabrina Colafarina e dal dottor Osvaldo Zarivi, hanno potuto determinare la struttura e l’estrinsecazione di oltre cento geni interessati in alcuni aspetti del ciclo cellulare e nei procedimenti di sviluppo e formazione dei tartufi.
Il risultato nasce da una rete di ricerca Franco-Italiana, coordinata in Francia dal centro INRA di Nancy ed in Italia dal CNR dell’Università di Torino e Parma.
Ieri sull’edizione on-line di Nature, sono state pubblicate le conclusioni.
Il “tuber melanosporum”, tubero preziosissimo ma anche misterioso, ha dei meccanismi evolutivi che controllano la simbiosi con le radici delle piante e gli effetti del sequenziamento hanno spiegato i processi della formazione del fungo, che ha un’importanza agro-alimentare e culturale vasta per i Paesi mediterranei.
Il Centro che ha coordinato il lavoro è Génoscope, che ha interpretato, grazie ad un consorzio di cinquanta ricercatori, un’analisi dettagliata, coinvolgendo in Italia anche le Università di Bologna, Roma, e l’Aquila tra le altre.
Il genoma del tartufo nero è quello più grande tra i funghi sequenziali, con una grandezza di 125 milioni di coppie di basi. I “trasposoni”, elementi genetici mobili, che rappresentano il 58% dell’intero genoma, sono i responsabili questa robusta quantità di DNA.
7500 sono i geni che regolamentano le proteine e almeno 6000 di questi hanno interdipendenza con geni di altri funghi. Tuttavia molti geni sono unici e svolgono un ruolo fondamentale nella funzione del corpo fruttifero e nello sviluppo dell’analogia simbiotica, che si istituisce con la pianta ospite.
Oltre l’interesse accademico, le informazioni ottenute hanno carattere applicativo per la diffusione delle tecniche di tartuficoltura, oltre al valore economico legato alle terre di provenienza che sono la Provenza e Umbria, Marche e Abruzzo, oltre ad alcune regioni del centro-nord Italia.
Le impronte genetiche ottenute permetteranno di stabilire la provenienza dei tartufi, così da certificare il prodotto, ma verranno utilizzate anche come strumento anti-frode. Infatti bisogna ricordare che in Italia c’è una legge, la 752 del 16/12/85, che tutela il tartufo nero, come quello bianco di Alba, permettendone una vendita limitata.
La tartuficoltura, grazie alla selezione che permetterà di distinguere individui con tratti organolettici pregiati, trarrà notevoli vantaggi e permetterà di guidare in modo scientifico e rigoroso le azioni dei tartuficoltori.