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L’Aquila deve tornare a volare

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Se non si va a L’Aquila di persona, non ci si rende conto di quello che questa città ha subito e che vive dal terremoto fino ai giorni recenti. Se si va nella Zona Rossa, si vede una catastrofe: tutto transennato, detriti e cumuli di sedimenti ovunque l’occhio si posi. Il centro medievale distrutto fa male al cuore. Quello che una volta era il vanto di questa cittadina ora grida allo strazio, per l’incuria e la devastazione inflittagli.
La tragedia che si è abbattuta su questa gente di montagna, non li ha vinti. E’ gente orgogliosa che testardamente prosegue il suo cammino, vivendo tra le tendopoli, qualche mini appartamento già consegnato e dato in dotazione e negli alberghi, dove molti sono stati sfollati. Nel cimitero c’è un edificio costruito per i morti del terremoto: donne, uomini, bambini.

Fin da ragazzina sono stata ospite di questo territorio. Per tante estati ho passeggiato per la città dell’Aquila, ho visitato il museo, la fontana dalle cento cannelle, le piazze. Ho amato Paganica, un piccolo borgo, dove ho trascorso le vacanze.
I giochi in villa, il gelato al bar del paese, le gite al castello. E’ qui che ho condiviso la gioia della mitica coppa dell’82, quella dell’Italia dei Mondiali di Scirea, Tardelli, Causio, Paolo Rossi. Flashback di emozioni e sogni d’una infanzia serena, sana, tra individui genuini. Quando ho visto lo scempio che il sisma ha provocato, per un attimo è stato come veder coprire quei ricordi di bambina da una coltre di spesso fumo.
La chiesa dove da bambina avevo partecipato alla celebrazione della Messa è un ammasso di macerie, la casa di mio zio fortemente lesionata, tante strade colme dei resti delle abitazioni di persone con cui avevo anche solo scambiato qualche parola.
Eppure non dovrei lasciarmi sconvolgere da tutto ciò. Sono reduce dal terremoto dell’Irpinia dell’80 che fu un’altro dramma, in termini di morti e annientamenti paesaggistici. Allora, sono ormai passati più di trent’anni, nessuno poteva immaginare che ci si sarebbe ritrovati deboli contro questo fenomeno distruttivo che, mietendo vittime, ci rese consapevoli della nostra poca cognizione riguardo un cataclisma di portata così vasta.
Ma ogni volta sei inerme, indifeso di fronte al potere della natura e alla superficialità di uomini che fanno male il loro lavoro, permettendo che si mettano a repentaglio le esistenze di tante persone. Non ci si abitua mai.
Ci vuole tempo perché tutto riprenda un’aura di stabilità. Riavere la città di una volta non è possibile, ma si tenta di riportare la normalità. Si ripara i danni e si cerca di avere progetti concreti che permettano di non allontanare i tempi della ricostruzione.
La situazione è drammatica, soprattutto si ha bisogno che l’attenzione non cali affinché non si dimentichi di riportare vita in questi paesi.