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Psicologia: dimmi come ti chiami e saprò chi sei

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Il binomio nome-destino esercita sull’uomo un innegabile fascino ormai da secoli. Il nome come simbolo di forza, come buon augurio o come protezione impegna le menti dei neogenitori fin dal concepimento o addirittura molto prima e, quando è motivo di discussioni e di disaccordo, “la scelta del nome” finisce spesso per diventare, addirittura, un vero e proprio rito collettivo al quale ognuno contribuisce con la propria (e inevitabilmente migliore) proposta. Laddove si è reciso il cordone ombelicale con la famiglia patriarcale e con l’ingiusta pretesa di assegnare al nuovo nato il nome del nonno o della nonna paterna, nomi a volte davvero, per così dire, inusuali, la scelta ricade il più delle volte su un nome straniero o legato alla mitologia: William, John, Erik ma anche Minerva, Artemisia, Daphne.

A volte sembra che i nomi italiani siano passati di moda perché, a sentire le neomamme, sono troppo diffusi, dozzinali, banali. “Di Luca e Matteo ce ne sono davvero troppi. Non sarebbe meglio Cristiano o Sebastiano?” oppure, “Conosco troppe bambine di nome Maria, non è più originale Clio?”. Di discorsi di questo genere se ne sentono a centinaia e tutto sommato sono leciti, ovviamente finché la scelta ricade su un nome che rispetti il bambino come individuo. Niente nomi come “Venerdì” e simili in Italia (perché costringere un figlio a portare il nome di un giorno della settimana?) e neppure nomi “ridicoli e vergognosi.” Uno studio della Northwestern University, in Illinois, ha dimostrato, attraverso l’analisi delle scelte di nomi di battesimo di 3000 famiglie, che il nostro cervello si lascia influenzare molto dal nome della persona che abbiamo di fronte. Ad esempio può accadere più spesso che a ricevere un trattamento di favore sia una donna dal nome aggraziato piuttosto che un’altra che porta un nome più maschile o inusuale.

Lo psicologo Alessandro Meluzzi spiega che “il modo in cui ci chiamiamo è un simbolo, uno specchio e rappresenta il nostro biglietto di presentazione di fronte al resto del mondo. Il suono che ha e il significato che rievoca influiscono direttamente sul comportamento degli altri nei nostri confronti. Possiamo insomma dire che il nome che ci viene dato influisce sul nostro sviluppo“. Per alcuni psicologi, addirittura, ci potrebbe essere una connessione tra il nome e la lunghezza della vita per cui avendo un nome che inizia per A ci si può aspettare di vivere un bel po’ in più di chi ha un nome che inizia per D e per altri nel nome sarebbe insito un vero e proprio destino professionale partendo dalle assonanze: chi porta il nome Lawrence potrebbe intraprendere la carriera forense più di un Dannises destinato a fare il dentista. Un nome, un destino? E perché no….

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