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Call Center: la vita vista di spalle

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Il senso di instabilità che è comune negli ultimi anni, non rincuora solo perché abbraccia tutti. Il detto “mal comune, mezzo gaudio”, non è più di moda; anche se più che mai aderente alla realtà, non soddisfa le aspettative e le frustrazioni di ognuno.

Il lavoro nei Call Center è, credo, l’occupazione più degradante che un giovane possa operare, non perché sia svilente; il lavoro ovunque venga svolto e di qualsiasi categoria esso sia, purché onesto, è una grande risorsa.
Purtroppo c’è la convinzione generale che chi telefona a casa sia di base un’imbroglione, uno scocciatore o un perdigiorno. Non è raro sentirsi dire dal proprio interlocutore di vergognarsi o addirittura di trovarsi un’occupazione seria. Questo quando va di lusso. Perché in certi colloqui, alla cornetta, si ascoltano degli improperi che farebbero arrossire il più scurrile uomo sulla terra, beninteso che a pronunciarli, nella maggior parte dei casi, sono delle insospettabili signore di mezza età.
Aprirei una parentesi per l’invito che ci si rivolge (mi inserisco malvolentieri nell’elenco, perché è anche il mio lavoro essere una venditrice out-bound) di cercarsi un impiego vero. Cari signori, quello che si fa negli uffici di tele selling, è un vero e proprio metodo di vendita.
C’è chi lo svolge male, in modo incoerente, con poca preparazione. Ma ci sono tanti altri che prendono sul serio le proprie responsabilità di operare un buon servizio, dove la soddisfazione dell’utente ed il buon nome dell’azienda che viene rappresentato, sono le basi su cui, giorno dopo giorno, nonostante la fatica e i pochi guadagni, ancora si crede in quello che si fa.
Per colpa di pochi che, magari, occupano il loro tempo realmente perché non hanno altro da fare, o traggono profitto giusto per un’uscita in discoteca o per una pizza con gli amici; per lo più si tratta di padri e madri di famiglia o volenterosi universitari che necessitano di uno stipendio, seppur minimo, per sopravvivere.
Denuncio il termine “sopravvivere”, perché il contributo a contratto erogato, come le ore espletate, sono un equivalente non paritario allo sforzo immesso nel convincere un cliente a trasferire la gestione del proprio servizio da un’azienda all’altra.
Il cameratismo poi, che si crea nell’ambiente di lavoro, per lo più è falso e invidioso. Gli amici con cui si lega davvero sono pochi e meno quelli fidati. L’arrivismo e la prosopopea che ridicolmente vigono, sono esagerati, visto che, a livello di carriera, non si arriva oltre il ruolo di tutor, i cui introiti non sono più appaganti dell’operatore di sala.

Ho visto il film “Tutta la vita davanti”, di Paolo Virzì, ed anche se smodato in alcune immagini, in molti altri aspetti è veritiero e ti viene il magone a riflettere che, se in Italia fossimo più salvaguardati, non bisognerebbe sentirsi manchevoli o nelle condizioni di chiedere scusa, se l’unico incarico che si riesce a trovare è questo, sottopagato, maltrattato e vilipeso.