Home News Curiosità Non uccidete Caino

Non uccidete Caino

625
CONDIVIDI

In Italia la pena di morte fu abolita nel 1889, durante il Regno d’Italia e fu reintrodotta durante il regime fascista nel 1930 con il Codice Rocco. Riabilitata nel 1944, fu reintegrata l’anno seguente. Con l’avvento della Repubblica, nel 1948 nella Costituzione è stata specificatamente vietata, tranne in casi di leggi di guerra.
Nel 1994, con il Codice Penale Militare di Guerra, è stata completamente soppressa. L’ultima esecuzione ha avuto luogo a Torino nel 1947, quando vennero fucilati tre uomini, responsabili della strage di Villarbasse.
Gli Stati Uniti ed il Giappone sono gli unici che la applicano ancora. Dei cinquanta stati solo sedici negli USA non prevedono nel loro statuto la pena di morte, tre non la applicano più dal 1976, ma altri trentuno adottano regolarmente l’esecuzione capitale.
Nel trattato del 1764 di Cesare Beccaria, “Dei delitti e delle pene”, egli si pronunciava contro la pena di morte, adducendo che, quando lo Stato puniva un delitto con questo tipo di castigo, a sua volta ne commetteva uno. Ma il suo biasimo non era assoluto, in quanto si esprimeva anche asserendo che in due casi la morte di un cittadino poteva essere necessaria: quando la nazione poteva perdere a causa di esso la propria libertà o in tempo di anarchia.
L’opinione pubblica si divide in abolizionisti e sostenitori. L’associazione radicale “Nessuno tocchi Caino”, fondata da Maria Teresa Di Lascia, ha sostenuto una moratoria contro la pena di morte, che è stata approvata il 18 dicembre 2007 all’ONU con 104 voti favorevoli, promossa dall’Italia a partire dal 1994.
C’è chi sostiene che la pena di morte sarebbe un deterrente al reiterarsi di atti criminosi, mentre la riflessione di Beccaria era che rendendo meno sacra la vita, si può incoraggiare l’istinto omicida. Dostoevskij, che fu graziato dalla condanna a morte, scrisse nell’”Idiota” un discorso di biasimo, dove sentenziò che il tormento più grande per un condannato non è la sentenza ma la sua esecuzione. E’ più crudele attendere la morte che la fine stessa.
Ho letto il libro di Stephen King “Il miglio verde” e ne ho visto la trasposizione cinematografica. Racconta del lavoro che viene svolto in America in un carcere di massima sicurezza degli anni 50, dove dei padri di famiglia, persone perbene, con buoni valori, sono dei moderni boia, perché partecipano e sono al contempo fautori del decesso dei detenuti.
L’angoscia che traspare nei gesti e nelle parole dei condannati, anche se meritano una punizione ai loro crimini, è terribile, come un sudore freddo che fa accapponare la pelle.
L’idea che si resti in una cella per anni, con la prospettiva che non ci sarà un cambio di scena, ma che l’epilogo condurrà su di una sedia elettrica, rende inermi e scuote le coscienze.
E quando finalmente questo avviene, prepararsi e dire addio alla vita e sedersi su quel trono delle nefandezze, fa mancare il fiato, ma dà anche un senso di definitivo che, assurdamente consola. Questi esseri che sono autori di gesti infami, può avvenire che attuino un cammino di riabilitazione. Comprendono di aver errato, sanno che non potranno riportare in vita coloro i quali hanno ucciso, ma la cognizione del loro misfatto sarà un peso già troppo sgradevole da accompagnare alle loro giornate, questo se il pentimento è sincero e accorato.
Avallare un procedimento che termini l’esistenza anche di chi ha potuto sbagliare in modo irrecuperabile, pone noi stessi nella parte di assassini ed esecutori di un’onta contro la vita umana.