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Non spezzare la speranza

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Il padre Peppino, dopo lunghe battaglie legali, ottenuta l’autorizzazione della magistratura, ha fatto interrompere l’alimentazione forzata a cui la sottoponevano.
L’eutanasia fa dibattere le coscienze e pone diversi interrogativi in merito al fatto se sia giusto o no decidere al posto del malato la sua fine. Personalmente non avrei il coraggio di porre termine all’esistenza neanche di un topolino.
Non mi sento nella posizione di poter criticare coloro che si assumono questa responsabilità, però non posso comprendere come sia possibile considerare l’aiutare persone sofferenti come accanimento terapeutico.
Vero è che ci sono dei pazienti all’ultimo stadio sui quali la medicina prolunga solo l’agonia, in quanto sofferenti in modo irreparabile, però nel caso di Eluana, che era assistita amorevolmente da alcune suore che si occupavano in toto di lei, non c’era dolore visibile.
Era solo diventata un corpo dove, nascosto ben all’interno, c’era uno spirito tenuto in gabbia. Chi può dire se un giorno quello stesso soffio vitale sarebbe riuscito a tranciare le catene che lo tenevano prigioniero per tornare ad alitare la vita dentro di lei?

Quando era ragazza, la Englaro, aveva dichiarato in famiglia di non voler essere un vegetale e di volere che le si staccassero i fili in caso di necessità. E se anche fosse, chi ci dice che quel pensiero dopo tanti anni e all’atto di una realtà indesiderata fosse ancora il medesimo? E mi chiedo, potrà il padre continuare a vivere con la coscienza di aver reciso un fiore solo appassito, privandolo dell’acqua di cui aveva l’urgenza?
Forse è solo un’illusione, ma se riusciva, Eluana, a sentire le carezze e le attenzioni delle consorelle, reagendo con sporadici sorrisi, vuol dire che un piccolo e chimerico filo di speranza forse sussisteva. Davanti alla vita o la morte è necessario il massimo rispetto.
La Costituzione italiana, all’art. 32, difende il diritto alla consapevolezza di determinare la propria vita nel rispetto della legge. E’ pur vero però che se una persona per gravi e seri motivi non sente di sopportare una cura specifica, vi può rinunciare, non può esserle imposta; ma se la persona non è in grado di decidere sorge il conflitto. Se la medicina aiuta a lenire il dolore, perché rifiutarne la panacea?
Il testamento biologico non può essere un metodo per liberare le coscienze dal prendere iniziative senza sensi di colpa, verso i propri familiari. Come per l’aborto, si tratta di un atto di violenza autoinflitta.
E al di là di tutti gli scrupoli, idealismi, credenze varie, la vita è sacra anche quando sta per lasciarci.