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Catastrofe petrolifera nel Golfo del Messico: 30000 pagine di documenti riservati

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A un anno dall’affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, Greenpeace rivela la “storia segreta” dell’incidente, con i tentativi del Governo americano e della BP di ridimensionare la portata dell’incidente e i suoi effetti sul Golfo del Messico.
Dal 19 aprile, infatti, è accessibile a tutti un sito web, “PolluterWatch” (http://www.polluterwatch.org/research) con 30 mila pagine di documenti riservati sinora inediti, ottenuti grazie alle norme USA sulla libertà d’informazione. Lo scopo del database è quello di rendere disponibile un’informazione trasparente sul più grande disastro petrolifero marino della storia (si stima che la Deepwater Horizon in tre mesi abbia sversato nel Golfo del Messico oltre 500 mila tonnellate di petrolio) e facilitare le richieste di indennizzo di decine di migliaia di cittadini, pescatori, operatori turistici danneggiati dalla catastrofe.
I documenti pubblicati – che solo in parte Greenpeace ha già analizzato – includono corrispondenza riservata tra il Governo USA e BP, prove dei contrasti tra gli scienziati e l’amministrazione e anche le registrazioni di volo dei piloti che operavano nella regione.

In particolare, Greenpeace ha scoperto che:
– il tentativo del Governo americano di minimizzare l’impatto del disastro è stato fortemente criticato dagli scienziati, alcuni dei quali hanno affermato con decisione che “non è corretto dire che il 75 per cento del petrolio non c’è più”;
– tra lo sconforto degli esperti più qualificati, gli ufficiali governativi hanno seriamente sottovalutato l’impatto del petrolio sull’ecosistema marino, comprese le popolazioni di tartarughe;
– BP ha mantenuto il controllo esclusivo sui permessi di accesso degli scienziati alle aree colpite dalla marea nera. Inoltre, i documenti ottenuti da Greenpeace dimostrano il tentativo di BP di manipolare le ricerche finanziate con il Fondo di Ricerca di 500 milioni di dollari che la stessa BP aveva creato mentre era in corso l’emergenza nel Golfo del Messico.

“BP e il governo hanno cercato di nascondere il vero impatto del maggior disastro petrolifero della storia degli USA – afferma Kert Davies, research director di Greenpeace USA – Speriamo che questo sito web chiarisca a tutti come ciò sia stato possibile e faciliti le comunità locali nel loro tentativo di essere indennizzate”.
“Mentre si scatena la corsa all’ultima goccia di petrolio, è importante svelare i veri costi del disastro della Deepwater Horizon – commenta Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia – I dati che rendiamo pubblici dimostrano che le compagnie petrolifere non esitano a occultare informazioni importantissime per la popolazione e la salvaguardia dell’ambiente, pur di difendere la propria immagine e il proprio profitto. Quanto ancora dovremo subire prima di passare a un sistema di produzione energetica basato su risorse pulite e rinnovabili?”.
Anche nei mari italiani continua la corsa alle ricerche petrolifere offshore: dall’Adriatico, alle Tremiti, al Canale di Sicilia dove quest’anno la Shell dovrebbe effettuare una trivellazione al largo di Pantelleria. D’altra parte, i colossi del petrolio si danno da fare in ogni angolo del pianeta: dall’Africa all’Artico tutte le grandi compagnie, come Shell, Eni, e ovviamente BP, cercano di accaparrarsi nuovi permessi per effettuare pericolose operazioni di trivellazione offshore, ovviamente oltre le loro capacità d’intervento in caso d’incidente.