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Lampedusa, sogno italiano

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Dal primo gennaio oltre ventunomila sono arrivati sulle nostre coste stipati, su barconi al freddo e al buio, spinti dal coraggio di voler provare a cambiare vita, dal tentare di ritrovare una speranza che gli permetta di riorganizzare la propria esistenza vilipesa.
Ventidue ore di viaggio e centosessanta chilometri li separano dal ricominciare. E’ impossibile non urtare qualcuno su queste barcacce stracolme, dove si fatica ad addormentarsi, dove l’igiene è un concetto astratto, dove non si è certi di giungere vivi alla meta.
Nel momento in cui si arriva si è esausti. Disidratati, sporchi, laceri e con lo sguardo sperduto. Il governo ha concesso un permesso di soggiorno umanitario della durata di tre mesi, cosicché possano, sfruttando gli accordi di Schengen, trasferirsi senza restrizioni da un paese all’altro e raggiungere i propri familiari. Ma la Francia e la Germania non sono d’accordo perché temono che la situazione sfugga di mano e molti comincino ad auto-gestirsi senza più regole. Così in Italia si dibatte su quali decisioni prendere.
Natanti di tutti i tipi vengono usati per permettere le traversate.
Carrette del mare che, a volte, non arrivano a destinazione. Tra il cinque e il sei aprile tre motovedette italiane sono dovute intervenire, perché da una di queste “barche della speranza”, si sono buttati in mare per farsi soccorrere, ma la barca che era già in condizioni precarie ed imbarcava acqua si è spezzata in due e molti sono morti annegati, tra cui numerosi bambini. Per i governi i migranti sono un fastidio. Se solo ricordassimo che molti in Italia mandano i propri figli a studiare all’estero per migliorare il loro futuro, non si comprende come mai per queste persone infelici non ci sia comprensione. Invece il sisma avviene nel luogo dal quale l’immigrato si allontana. E’ come se recasse un regalo a qualcun altro, togliendo qualcosa a se stesso. Il paese dove i migranti arrivano viene arricchito in termini d’umanità. Eppure se il problema fosse tenuto sotto controllo dalle Amministrazioni, queste persone sfortunate che tentano di ricostruirsi una nuova vita, vedrebbero i loro diritti rispettati. Molti di loro passata la frontiera sperano di dimenticare il loro paese e non tornarci più; bisogna fare in modo che possano o ritornare a casa, ma impegnandosi a livello internazionale tra Stati perché siano più vivibili le condizioni sul suolo che hanno abbandonato oppure, ridare valenza alla loro presenza nel luogo dove vengono accolti non facendoli restare nella condizione di apolidi indesiderati.
Le migrazioni sono lacerazioni per il Paese che costringe la sua parte eccellente a recidere le proprie radici. L’indifferenza e l’ignorare gli altri voltandogli le spalle, fa sentire noi più sgominati di loro.