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Detenute in cerca di gravidanza

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La libertà, si sa, è qualcosa a cui non si può rinunciare. Perciò a chi commette un reato grave viene inflitta la limitazione della libertà con la detenzione.

La vita in carcere certo non è facile ed è per questo motivo che chi è recluso cerca un qualsiasi appiglio pur di tornare libero.

E’ il caso di alcune donne sottoposte al regime carcerario e internate nella sezione femminile della casa circondariale del Coroneo, a Trieste.

Loro quell’appiglio se l’erano studiato a tavolino, sfruttando al meglio (è proprio il caso di dirlo!) tutto il tempo libero a  disposizione.

Il carcere del Coroneo è una delle poche strutture che ospita in un’unico edificio sia la sezione femminile che quella maschile. E, sebbene tra uomini e donne non vi sono mai dei contatti diretti, esistono però dei luoghi dove la distanza tra detenuti e detenute si riduce sensibilmente.

In particolare lo spazio comune del cortile interno, su cui affacciano le finestre delle due sezioni.
Ed è proprio sfruttando questo spazio “di frontiera” che le donne mettevano in atto il loro diabolico stratagemma, nell’intento di rimanere incinte.

Sì, proprio così. In effetti il piano, apparentemente artificioso e contorto era invece semplice e lineare: si sceglieva un “donatore” da cui si riceveva lo sperma e, con un rustico intervento di auto inseminazione artificiale,  si ricercava la gravidanza per evitare il carcere.

Di ciò che accadeva presso il carcere del Coroneo è stato informato immediatamente il Tribunale di Sorveglianza e la Procura della Repubblica di Trieste. A darne notizia sono stati direttamente i vertici dell’ Amministrazione Penitenziaria i quali hanno evidenziato i numerosi tentativi, da parte delle  recluse della casa circondariale, di introdurre nel loro corpo del liquido seminale di altri detenuti, nella speranza di restare incinte e di usufruire, quindi, dei benefici  e delle misure alternative alla detenzione, riservate alle donne in gravidanza.

Il tutto avveniva durante la tradizionale quanto mitizzata “ora d’aria”.  La detenuta sceglieva il “donatore” secondo criteri  al momento non del tutto chiari e glielo comunicava attraverso gesti e segnali codificati. Successivamente, accompagnata in cortile per l’ora d’aria, faceva in modo che i sorveglianti venissero distratti dalle sue compagne in modo da poter ricevere il liquido seminale conservato in un guanto e calato direttamente dalla finestra della cella del donatore. A quel punto, fingendo una impellente necessità fisiologica, si rifugiava in bagno dove metteva in pratica il rudimentale sistema di auto inseminazione.