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Egitto: Mubarak rischia la pena di morte

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Hosni Mubarak
Hosni Mubarak

Volto tirato e smagrito, sguardo celato da un paio di occhiali da sole. È apparso così Hosni Mubarak davanti ai giudici del tribunale penale egiziano, in attesa di essere processato. Accusato di “concorso in omicidio” per l’uccisione di 846 manifestanti, l’ex raìs rischia ora la pena di morte. Sotto accusa anche i suoi due figli, Alaa e Gamal Mubarak. Rinviato a giudizio, l’ex dittatore è sotto stretta sorveglianza nell’ospedale di Sharm el Sheikh dallo scorso mese, dove è stato ricoverato in seguito ad un infarto. Ancora non si conosce la data del processo, ma se l’ex presidente dovesse essere riconosciuto colpevole e se le accuse a suo carico venissero dimostrate, rischierebbe la pena capitale.

A richiedere a gran voce il processo nei confronti dell’ex Raìs sono stati in questi mesi i manifestanti di Piazza Tahrir, per vendicare l’uccisione di centinaia di persone che per 18 giorni e 18 notti sono scese nelle piazze e nelle strade della capitale egiziana in segno di protesta. Un gesto concreto per riscattare la memoria “dei martiri di Piazza Tahrir”, che in arabo significa appunto “liberazione”. Una coincidenza di significato, se si tiene conto dell’epilogo finale della protesta, culminata in una concreta rivoluzione volta a cambiare per sempre il volto dell’Egitto.

Un Paese dominato per un trentennio dallo stato di emergenza – in vigore dal 1981 – dove un presidente ha potuto governare liberamente e spesso in modo illecito. Un Paese dove la tutela dei diritti umani è venuta meno e dove la polizia militare ha spesso riportato ordine e calma con l’uso improprio della violenza. A distanza di trent’anni, la situazione è radicalmente cambiata. Un cambiamento imputato alla gran voglia di trasformare un assetto politico statico in qualcosa di dinamico e vitale seppur ancora lontano dall’essere chiamato “democratico”. Un Paese per certi versi “nuovo” che richiede a gran voce un processo equo e pubblico.