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Vandana Shiva: Il bene comune della terra

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Globalizzazione è una parola che è ormai entrata nel linguaggio quotidiano di tutti noi e viene usata per parlare di qualunque aspetto della nostra vita, sia di economia, che di tempo libero o di moda. Ma che cosa vuol dire, veramente, “globalizzazione”? E, soprattutto, cosa o quanto sappiamo noi di quest’ombra che si è estesa su tutto il pianeta? È davvero necessaria?

Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, dà delle risposte valide e a dir poco sconcertanti a queste e a molte altre domande nel suo libro “Il bene comune della terra”, edito per la prima volta in edizione italiana da Feltrinelli nel 2006: proprio perché non è recentissimo, questo libro spinge il lettore a guardare con un occhio ancora più critico alla realtà che lo circonda, a tentare di vedere oltre ciò che i signori della globalizzazione non vogliono che sia visto, anche se costantemente sotto i nostri occhi e a rendersi conto di come, nel giro di soli cinque anni, le cose siano cambiate, e non certamente in meglio.

Vandana Shiva non è di certo una persona a cui non dare ascolto se si parla di questa tematica: dirigente del Centro per la scienza, tecnologia e politica delle risorse naturali di Dehra Dun in India, oltre ad essere tra i massimi esperti a livello internazionale di ecologia sociale, è da anni attiva nella politica radicale e ambientalista, tanto da aver vinto il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo per la pace nel 1993 e il City of Sidney Peace Prize nel 2010. Vari capitoli sono dedicati alle sue iniziative, alle manifestazioni che ha contribuito a organizzare e, soprattutto, ai risultati che ha ottenuto e che, bisogna riconoscere, non sono pochi.

Chiaramente, l’India è lo stato da cui la sua analisi parte e di cui parla più ampiamente e dettagliatamente, ma descrivendo la situazione indiana, Shiva parla, in realtà, di tutti gli stati del mondo: in ogni pagina sembra metterci all’erta sostenendo che non bisogna guardare all’India come un caso isolato e lontano, ma bisogna pensare che, al posto dell’India, nell’arco di pochi anni ci potrebbe essere un qualunque altro stato, anche l’Italia, per esempio.

In molti punti si ha l’impressione che questo libro sia stato scritto non molti mesi fa proprio sul nostro paese: la crisi economica, persone che non sanno come mantenere la loro famiglia perché si sono viste portare via ingiustamente il lavoro, la crisi di ideali, la mercificazione della figura della donna, la politica xenofoba, il clima di terrore e, non ultimo, la privatizzazione dell’acqua sono tutti problemi con cui noi ora stiamo facendo i conti. Proprio come è successo in India. È inquietante pensare che quello che sta diventando globale sia la povertà, la miseria, l’inquinamento delle risorse e la perdita della dignità umana e che siano i paesi più poveri a contagiare quelli più ricchi e non il contrario.

Eppure nella maggioranza dei casi la globalizzazione non viene considerata la causa primaria di questi problemi. Non ci rendiamo conto di avere dei ricchissimi burattinai sopra le nostre teste che ci dicono cosa mangiare, con che tessuti vestirci, cosa pensare, e che ci illudono di poter dare più ricchezza a tutti, mentre si arricchiscono a scapito della nostra vita. Non ci accorgiamo che quello che ci viene imposto non è l’unico modello di globalizzazione possibile, ma potrebbe essere sostituito con una globalizzazione che miri all’ecologia, alla collaborazione, alla società e al mantenimento delle identità culturali.

Tutti noi dovremmo rivalutare il nostro stile di vita e le nostre scelte, riscoprendo le diversità che ci accomunano e abbandonando le somiglianze che ci dividono. Finché ci saranno persone che imparano da libri come quello scritto da Vandana Shiva, un mondo diverso sarà possibile.