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Bimbi americani a scuola per diventare geni

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La “Junior Kumon Preschool Enrichment Program” è una delle più innovative scuole americane, che si rivolge ad un pubblico nuovo: quello dei bimbi dai 2 ai 6 anni. E’ una sorta di addestramento che precede l’ingresso alla scuola materna e che punta davvero in alto: trasformare i bambini in piccoli superdotati, degli Einstein in miniatura, dei futuri geni.
Lavorare sin da piccoli per questo scopo consente uno sviluppo adeguato all’ingresso nelle scuole private più esclusive, e da lì nelle università di fama mondiale, quelle riservate alle élite, come Harvard e Stanford.
“Per cominciare a studiare con noi basta che si siano tolti il pannolino”, spiega Joseph Nativo, direttore finanziario della filiale Kumon per gli Stati Uniti.
Questa catena di istituti privati ha 250mila iscritti in America, e la sezione dedicata ai bambini in età pre-asilo è quella che sta crescendo più velocemente, con un incremento annuo del 30%. Il premio per i migliori è un concorso d’iscrizione alla “Anderson School” nell’Upper West Side di Manhattan, o alla “Tag Young Scholars” nell’Upper East: due istituti che accettano solo piccoli geni.
Non c’è spazio per i giochi e la spensieratezza, queste sono considerate perdite di tempo. I bambini devono essere in grado di risolvere “90 moltiplicazioni in sei minuti” entro i sei anni d’età.
E i genitori sono d’accordo, pronti a tutto pur di assicurare ai loro figli l’istruzione degna di un piccolo genietto, destinato ad una brillante carriera scolastica. Sacrificare l’età dei balocchi e della spensieratezza è il prezzo da pagare, un prezzo che mamme e papà pagano volentieri, giacché si precipitano in massa ad iscrivere i figli alle prove di ammissione per i Gifted Programs (programmi per bambini superdotati).

I posti sono pochi e ambitissimi, mentre tanti sono gli esperti in pedagogia avversi a questa nuova ossessione.
“Nel migliore dei casi questi sforzi sono del tutto inutili – scrive sul Wall Street Journal lo psicologo Alison Gopnik, docente all’università di Berkeley – si possono anche fare dei danni”.
Eppure i pareri degli esperti non demoralizzano i genitori; Gina Goldman, per esempio, è una delle tante mamme convinte che l’aver iscritto il figlio al corso Kumon prima dei cinque anni sia “nel suo interesse, perché non parta sfavorito verso gli altri, perché così funziona la vita reale. Questi corsi danno un formidabile sostegno all’autostima”.
La tendenza è in voga soprattutto tra le famiglie più benestanti, disposte ad investire ingenti somme di denaro per l’istruzione elitaria dei propri pargoli.
Un’istruzione che richiede impegno costante ed una pressione non indifferente in vari campi: matematica, calligrafia, corsi di nuoto, pianoforte, arti marziali, lingua straniera.
La psicologa Kathy Hirsh-Pasek ha scritto un saggio intitolato “Einstein non usò mai le schede didattiche”, per smontare le errate convinzioni di molti genitori americani. “Imporre ai bambini degli sforzi così ripetitivi, per cominciare a memorizzare le tabelline a due anni non è una garanzia che in futuro siano i migliori. Il loro coetaneo che ha passato la prima infanzia a trastullarsi con la sabbia nei giardini può avere più fantasia, più creatività, più talento nella comunicazione e nella cooperazione sociale con i suoi simili. Probabilmente sarà lui, il bambino che gioca con la sabbia, l’inventore del futuro i-Pad. Quegli altri, che per colpa dei genitori stanno memorizzando cifre a tutto spiano, saranno comunque spiazzati da tanti bambini cinesi e indiani che si sforzano ancora di più”.

La Hirsh-Pasek difende “l’apprendimento che avviene quando i bambini vengono lasciati a giocare in santa pace”: è forse il caso di riscoprire il valore dell’infanzia, che nessun genitore ha il diritto di barattare con l’illusione che un’istruzione elitaria equivarrà ad una vita felice dei nostri figli.