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Paolo Sorrentino presenta al cinema: This must be the place

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Lo sguardo triste in un viso tutto sommato ancora giovanile, i capelli folti e indomabili, le labbra tinte di rosso e la pelle coperta da un velo di cipria bianca, gli abiti che riecheggiano il vecchio stile da rocker di chi non riesce a lasciarsi alle spalle le mode del passato. E lui, Cheyenne, quelle mode le ha viste nascere, le ha indotte con le sue canzoni, veri inni al mal di vivere che hanno segnato un’intera generazione.
E’ questo lo strano personaggio che Paolo Sorrentino ci presenta nel suo “This must be the place” (titolo che riprende una canzone dei Talking Heads) dove, sotto il cerone e la goffa camminata, il regista ha voluto si ergesse un mostro sacro del cinema, il premio Oscar Sean Penn – secondo i rumors, Penn avrebbe subito accettato di fare il film -.
Dopo “L’amico di famiglia”, il misterioso Titta De Girolamo de “Le conseguenze dell’amore” e dopo “Il Divo”, Sorrentino crea una nuova maschera, malinconica, drammatica e molto intensa.
Cheyenne è stato una rockstar di successo negli anni ‘70: adesso, in età adulta, vive di rendita circondato dal lusso di una casa immensa che, in realtà, ospita solo lui e la moglie Jane (una strepitosa Frances McDormand); ha una piscina senz’acqua (“Non ho mai pensato di riempirla”, spiega a chi gli domanda il perché di quella anomalia) ma perfetta per le partite alla pelota; la sua cucina è, come tutta la casa, un ambiente bianco e freddo, diversificata solo dalla stupida scritta al neon CUISINE che, per volontà di un architetto estroso, campeggia superflua su una delle pareti.
Nonostante il look da clown o, meglio, da Robert Smith dei Cure, Cheyenne è una maschera triste che nasconde una grande fragilità, probabilmente frutto di un’infanzia difficile. Quando gli giunge una chiamata per avvisarlo del padre ormai moribondo, Cheyenne decide di raggiungerlo e scopre, fra i vecchi appunti e le dicerie del posto, che il padre ebreo – per lui quasi uno sconosciuto – aveva votato la sua vecchiaia alla ricerca di un solo uomo, il nazista che lo aveva umiliato durante la sua reclusione nel campo di concentramento.
Spinto da un moto di vendetta, o forse solo per reagire alla depressione (anche se, come sostiene sua moglie, “Non puoi essere depresso se dopo 35 anni fai ancora l’amore come fosse la prima volta”), Cheyenne decide proseguire la missione paterna e di dare la caccia a quell’uomo senza volto che lo porterà, inconsapevolmente, ad intraprendere un viaggio interiore senza precedenti.
Ancora una volta Sorrentino si conferma un pilastro del cinema italiano e il suo “This must be the place” (presentato con successo a Cannes 2011) ci racconta che non serve andare in India per cercare se stessi ma basta avere il coraggio di guardarsi dentro, ricominciare e crescere. Per dirla con le parole di Cheyenne: Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così”.