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The History Boys: ora la storia dobbiamo farla noi

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Se c’è un sogno che accomuna tutti gli studenti più brillanti, intelligenti e preparati della Gran Bretagna è quello di superare il durissimo esame di “Oxbridge”, la selezione per entrare nei college di Oxford e Cambridge. O, perlomeno, questo è quello che desiderano i protagonisti di “The History Boys”, celebre lavoro teatrale di Alan Bennet che gli valse vari premi dal 2004 (anno in cui venne messa in scena per la prima volta al Lyttelton Theatre di Londra) al 2006, in programmazione al Teatro dell’Elfo di Milano fino al 20 novembre. Riusciranno questi giovani promettenti, con l’aiuto dei loro insegnanti, a raggiungere il loro obiettivo?

Gli otto ragazzi in questione, Akthar, Crowther, Dakin, Lockwood, Posner, Rudge, Scripps e Timms, sono il frutto della scuola tradizionale, quella che istruisce ma non insegna, che appiattisce la preparazione degli studenti su un livello medio-alto, ma non lascia ai più meritevoli la possibilità di emergere davvero, più occupata a pensare ai propri interessi che al futuro degli studenti. Quella che trasforma potenziali uomini di successo in studenti arroganti e “insipidi”. Tutto questo è personificato nella figura del preside, Felix Armstrong, disposto a tutto pur di vedere i suoi studenti di storia entrare in uno dei due prestigiosi college: non che si preoccupi del loro futuro, anzi; l’unico motivo per cui spera che siano ammessi è la consapevolezza che questo permetterebbe alla sua scuola di ricevere nuovi fondi e, soprattutto, accrescerebbe la sua notorietà. Per realizzare il suo scopo, decide di far intervenire Tom Irwin.

Il personaggio di Irwin, professore di storia che dovrebbe fare da “special coach” per i ragazzi, è posto in completa opposizione a quella di Douglas Hector, eccentrico professore di cultura generale, di certo non ben visto dalle sfere alte della gerarchia scolastica. Molto giovane il primo, sulla soglia della pensione il secondo, i due docenti si differenziano per due metodi di insegnamento quasi diametralmente opposti, ma entrambi decisamente non “conformi alle regole”. Irwin, infatti, si pone come obiettivo quello di insegnare ai ragazzi ad uscire dalla mischia, a farsi notare scrivendo o dicendo qualcosa di originale, che non sia banale o già detto, “insipido” insomma. Ma il suo modo deciso di imporsi e l’atteggiamento ai limiti dell’antipatia che usa nei confronti degli studenti, che nutrono verso di lui un sentimento alternato di fastidio e ammirazione, crollerà nel corso dello spettacolo, mano a mano che la sua vera storia viene rivelata e che cambia la sua opinione riguardo ai ragazzi e al collega Hector, e che lo porta ad appoggiare sempre di più le scelte di quest’ultimo.

Hector è, infatti, il professore “scomodo”, quello che nessun preside vorrebbe nella propria scuola, ma che tutti gli studenti sognano; quello che finge di insegnare una materia inutile, di dare nozioni che non serviranno mai nella vita, ma che riesce ad emozionare e ad appassionare, che trasforma la cultura in vita. Eppure, il suo modo proficuo di fare lezione va tenuto nascosto: la porta dell’aula deve essere chiusa a chiave, nessuno deve sapere che ci sono professori in grado di trasmettere il loro entusiasmo, di divertire e allo stesso tempo di ottenere ottimi risultati. Non è conforme alle regole, non rispetta i programmi ministeriali.

La critica al mondo dell’istruzione è severissima, e fa ancora più male se si va ad assistere a questo spettacolo quando si è ancora studenti: che cosa è successo all’idea originaria della scuola? Da quando gli studenti sono diventati solo vasi da riempire di informazioni, e non persone da formare perchè possano, un giorno, rendere il mondo migliore? Esistono ancora scuole e università serie, in cui il criterio di selezione si basa sul merito, sull’intelligenza e sul valore di uno studente, oppure ci sono altri elementi che influiscono di più, come, ad esempio, le capacità sportive?

È per questo che un titolo di studio non assicura più di trovare un (buon) lavoro?

Le risposte a queste domande potrebbero essere molteplici, ma, dopo aver visto questo spettacolo, non si ha molta voglia di pensare a loro: la tentazione è quella di cominciare davvero a trovare un modo per cambiare le cose.

Per questo consiglio a chiunque conosca qualcuno che frequenta  la scuola di andarlo a vedere: forse non è ancora troppo tardi.