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Poongsan

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Fra le opere di un festival alquanto scarno (parliamo del Festival Internazionale del Film di Roma) spicca Poongsan, film coreano diretto da Juhn Jaihong, noto assistente alla regia di Kim Ki-duk – qui in veste di sceneggiatore e produttore – in “Shi Gan” (“Time”, 2006) e “Soom” (“Soffio”, 2007).
La storia è multifocale: tratta le difficoltà di un paese, la Corea, fisicamente e sentimentalmente spezzata tra Nord e Sud, di una storia d’amore impossibile, di una politica intessuta di false ideologie, di rapporti umani difficili e segnati dal dolore.
Quest’ultimo è il tratto dominante di tutto il film che sa emozionare e sconcertare come pochi.
Poongsan è il nome di un giovane coreano (Yoon Kye-Sang) e delle sigarette che ama fumare: di lui fin dal principio non sappiamo nulla e il fumo sarà l’unico vizio che lo legherà all’umana specie.
Per l’intera durata del film il giovane protagonista, infatti, non parla, sembra non provare emozioni, eppure la sua vita è intermente votata ad una sola, nobile, causa: prendere e portare (o meglio ricongiungere) cose o persone da un lato all’altro della Corea, attraversando l’area demilitarizzata in condizioni a dir poco estreme.
La frontiera tra le due aree della Corea è segnata da un muro, che separa il Nord dal Sud, e sul quale simbolicamente le famiglie lontane lasciano messaggi di speranza e profondo dolore.
Il coraggio di Poongsan, vero e proprio “corriere umano”, impressiona gli agenti governativi del Sud che vogliono ingaggiarlo per ricongiungere un importante politico – disertore nord coreano – e la sua amante, In-oak (Kim Gyu-Ri).
Durante la traversata tra i due nasce un amore impossibile che darà inizio ad una guerra tra fazioni dove non si risparmieranno torture, uccisioni in un mix drammatico di azione e tragedia.
In un gioco al massacro che rivela l’inutilità di ogni guerra, anche l’amore non riesce ad emergere, scrivendo una nuova triste pagina nella storia dell’umanità.