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Salvate la scuola, non le banche: l’urlo dei giovani contro la crisi

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Salvate le scuole, non le banche”, è questo il grido più forte che irrompe dai cortei studenteschi, e non solo, nelle manifestazioni di questi ultimi giorni.
Da Milano, Torino, Palermo fino a Roma, migliaia di ragazzi sono scesi in strada per far sentire la propria voce contro la crisi e il progressivo declino del nostro paese. “E’ con la cultura e la formazione che si può realmente uscire dalla crisi – dicono – immaginando e costruendo un modello di sviluppo sostenibile fondato sui beni comuni, redistribuendo redditi e risorse”.

In effetti, vista la situazione politica ed economica italiana, servirebbe una rivoluzione radicale a partire dall’educazione e dalla formazione. L’inadeguatezza della nostra classe dirigente è solo il prodotto di una cultura sbagliata, dove non esiste la meritocrazia e dove solo i più furbi riescono ad ottenere le cariche più importanti. Lo vediamo tutti i giorni nella nostra quotidianità, tutti sappiamo che ci vogliono le conoscenze per andare avanti, tutti vivono la stessa realtà, è la nostra cultura, l’aria che respiriamo.
Allora perché facciamo finta di stupirci quando questo concetto viene formalizzato attraverso il fallimento di governanti incapaci o quant’altro? Ad esempio, sembra che solo ora, dopo le dimissioni di Berlusconi e l’arrivo del Governo tecnico, ci siamo accorti che a guidare l’Italia ci devono essere persone competenti e non personaggi provenienti dal mondo dello spettacolo o raccomandati. “Per uscire dalla crisi l’Italia deve essere guidata da persone competenti”, una grande conquista culturale! La morte della classe politica, o meglio del suo “sputtanamento”, tra imbrogli, processi, scandali sessuali e barzellette sporche è restata per anni, intanto, come modello culturale imperante e accettato.
Oggi le Iene ci fanno vedere che i politici non conoscono nemmeno i termini della nostra realtà sociale e fanno colossali figuracce quando sono messi davanti a quelli più complessi della finanza.
E noi ci stupiamo, ma perché? In effetti già lo sapevamo.
Sappiamo che in Italia si va avanti per raccomandazioni, adulazioni, bugie, ricatti, “complimenti orali” e adulazioni varie. Ne parliamo al bar, lo leggiamo sui giornali, lo vediamo in tv… ma poi ci sorprendiamo sempre come bambini che fanno finta di non sapere niente.

Ora che il Paese è governato da persone che hanno quantomeno studiato il dizionario della crisi e conoscono la realtà sulla quale dovranno operare, siamo tutti più tranquilli.
Il problema è che non basterà mettere delle toppe al sistema che ormai si è lacerato per fare andar meglio le cose. Tappare i buchi della finanza, prendendo provvedimenti immediati ad arginare le falle, ritarderà soltanto il disastro. Bisogna investire sui giovani, sulle scuole, sulla formazione di una classe dirigente completamente rinnovata. Queste parole dovrebbero essere in testa a tutti quelli, tecnici o politici, i quali si addossano la responsabilità di guidare e rappresentare il nostro Paese.
La nostra cultura è un bene prezioso, va rispettata, ma ci sono degli aspetti che stanno marcendo e intossicando tutto il sistema. Le organizzazioni mafiose, che lo si voglia accettare o no, sono un prodotto di questa cultura.
Oggi se siamo dietro all’Irlanda e al Portogallo, lo dobbiamo, forse non esclusivamente, ma quasi, a questa piaga. Dobbiamo lavorare sulla formazione dei giovani, sulla creazione di una classe dirigente completamente rinnovata, dalle basi.

Investire sui giovani e fare in modo che i giovani investano su se stessi. Perché nessuno si può permettere di pensare che le opportunità scendano dal cielo come i miracoli. Aspettare che “i grandi” facciano le cose per i ragazzi, è un concetto che fa parte di quella cultura sbagliata e da combattere. I ragazzi, studenti, lavoratori o disoccupati che siano, devono cominciare a cambiare la propria cultura nella quotidianità, e non con i sassi e le bottiglie lanciate, ma diventando sempre più competenti e tecnici, ognuno nel proprio settore.
Senza accettare passivamente governi vecchi e logori, corrotti e falliti, né sistemi culturali usurati dall’illegalità e dalla mancanza di razionalità o amore per la democrazia. Anche questo è importante! Solo così la cultura può cambiare il Paese.