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Il giovane Ribera tra Roma, Parma e Napoli 1608-1624

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A 20 anni di distanza dalla prima mostra monografica su Jusepe de Ribera (1991 – 1992), che lo consacrò nello scenario artistico internazionale, il Prado di Madrid e la Soprintendenza di Napoli organizzano una nuova esposizione sul pittore, focalizzando questa volta l’attenzione sulla sua produzione giovanile.
Sono gli anni in cui Ribera, giunto in Italia da Valencia, si formò tra Roma, Parma e Napoli, città quest’ultima che solo successivamente sarà scelta dall’artista quale sua dimora definitiva.
Quello esaminato è un periodo ancora poco tematizzato della sua carriera, le opere di sicura attribuzione ascrivibili a questa fase sono poche, le fonti antiche vaghe, le cronologie alquanto discusse.
Date le premesse, l’esposizione non poteva che essere ideata e presentata come laboratorio aperto, come ha tenuto a precisare lo stesso Nicola Spinosa, curatore dell’edizione napoletana. Spinosa in proposito ha affermato: «Niente è più efficace di un confronto tra posizioni critiche diverse, per mutare precedenti opinioni e tentare nuove conclusioni possibilmente condivisibili; niente è più infondato della convinzione di essere giunti in possesso di certezze assolute e verità immutabili».
Prendendo le mosse da un approccio di questo tipo, quella di Napoli si configura dunque come occasione di studio rigoroso a più mani, concentrata su quarantatre pezzi (13 in più dell’edizione madrilena), disposti nella Sala Causa, al piano seminterrato della Reggia di Capodimonte.
Supportata da recenti scoperte archivistiche e da nuove ipotesi attributive, la principale tesi proposta dalla mostra è che buona parte del corpus di opere del cosiddetto “Maestro del Giudizio di Salomone” -il pittore anonimo così battezzato da Longhi- vada assegnata proprio al giovane Ribera.
Si tratta di una posizione avanzata da Gianni Papi fin dal 2002, che però non ha trovato un consenso unanime; le divergenze sulle singole questioni, trovano ampio spazio nell’animato catalogo, dove si possono confrontare le differenti ipotesi degli studiosi riberiani e dei curatori dell’esposizione.
In esposizione sono presenti anche i quadri più problematici, opportunamente segnalati nelle didascalie, ecco dunque che il percorso prende il via proprio da una delle opere dubbie, uscita per la prima volta dai depositi di Capodimonte: una tavoletta dipinta ad olio, lontana dalla maniera del Ribera ma che potrebbe essere un suo studio realizzato sullo Spagnoletto su Correggio, potenzialmente eseguito durante il periodo parmense.
Predominanti le raffigurazioni di profeti, apostoli, santi e filosofi, tagliati a mezza figura e ripresi frontalmente, di lato o di scorcio, Ribera dà la misura di tutta la sua maestria nel ritrarre volti al naturale, da cui emerga un tangibile spessore psicologico.
Si pensi ad esempio al Ritratto d’uomo, scelta pressoché obbligata come immagine per la locandina della mostra. In proposito Spinosa, rilevando le differenze talvolta sensibili nella resa dei vari personaggi, è giunto a condividere l’ipotesi dell’intervento di possibili aiuti e collaboratori, soprattutto per soggetti così seriali.
Nella nutrita sequenza di mezze figure spiccano certamente il Giudizio di Salomone della Galleria Borghese e la Liberazione di San Pietro.
Il grande Calvario di Osuna -l’unica opera giovanile datata con certezza documentaria (1618)- è il vero fulcro della mostra; l’opera infatti, nonostante il cattivo stato di conservazione, riesce a restituire all’osservatore l’elevato livello già raggiunto nella produzione dello Spagnoletto. La pala è affiancata in sala dalla Resurrezione di Lazzaro e dalla Negazione di San Pietro. A partire dai primi anni napoletani, e dunque dal Calvario in poi, la paternità delle opere esposte ha un’attribuzione meno ardua, fatta eccezione del Martirio di San Lorenzo.
Presenti in mostra, fra gli altri, la Susanna ed i Vecchioni e il San Sebastiano curato da Irene, in cui la critica riconosce un’evoluzione del pittore più coerente ed un uso del colore più raffinato.
A chiudere questo percorso è una tela del 1624, una Madonna col Bambino che consegna la Regola a San Bruno, dipinto dallo Spagnoletto alle soglie della maturità.
A chi poi abbia piacere di chiudere la propria visita a Capodimonte con i capolavori del Ribera, basta salire un piano e fare un giro nelle collezioni museali. In definitiva la mostra raggiunge l’intento per cui è stata ideata: configurarsi da un lato quale stimolante strumento di studio per gli addetti ai lavori e, dall’altro, come viaggio per il pubblico meno esperto lungo il percorso artistico di un grande pittore.