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Midnight in Paris: Woody Allen torna indietro nel tempo

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Woody Allen, Midnight in ParisUn’idea brillante portata avanti con eleganza e poco più. In sostanza è questo Midnight in Paris, l’ultimo film di Woody Allen uscito pochi giorni fa nelle sale italiane. La trama racconta di una coppia americana, un po’ scoppiata, in vacanza a Parigi. Lei (Inez) incarna lo stereotipo della donnina viziata e superficiale tutta presa dal presente, lui (Gil) uno scrittore trasognato con la testa immersa nel passato. Il suo desiderio di vivere nella Parigi degli anni Venti, epoca d’oro in cui la capitale francese diviene un vero e proprio punto d’incontro di artisti e letterati, si materializza per caso una notte nella quale decide di fare una passeggiata per le vie della città. Catapultato improvvisamente nel milieu culturale dell’epoca, tra le feste organizzate dai Fitzgerard, una bevuta con Emingway e una chiacchierata con Dalì, Gil troverà ben presto una via di fuga dallo squallido presente che non digerisce. Ben presto si renderà conto che il concetto di epoca d’oro è del tutto relativa, e come per lui la Parigi degli anni Venti poteva rappresentare la città ideale, per altri rappresenta soltanto un altro triste presente dal quale fuggire. Resta, alla fine, il messaggio che ognuno, in qualche modo, odia il proprio tempo e sogna una Belle Époque. Il segreto è, semplicemente, seguire le proprie inclinazioni anche quando possono apparire fuori moda.

Naturalmente i momenti migliori del film si ritrovano nei dialoghi con i letterati dell’epoca, i quali si presentano leggermente parodiati ma caratterizzati in maniera verosimile. Il sentenzioso cinismo di un perfetto Emingway, la visionarietà di un Dalì che vede rinoceronti ovunque, l’ambiguità di un Picasso nell’analizzare un suo quadro, incrociati con lo stupore di un giovane americano che viene dal 2010, creano un gioco di allusioni, citazioni e fraintendimenti molto piacevole. Forse il regista poteva calcare un pò di più la mano su questo aspetto, ma di certo il film sarebbe poi andato un “pelino” indigesto al grande pubblico cui è rivolto; il quale sarebbe stato ovviamente colto impreparato a cogliere tutti i riferimenti letterari. Come al solito una particolare attenzione per le ambientazioni, Parigi è la protagonista assoluta del film. La fotografia raffinata e studiata, ma il quadro che ne esce fuori è un pò troppo edulcorato e stereotipato per essere apprezzato senza commenti. I tempi forse troppo lenti per l’attempato regista yiddish, le sequenze che alternano presente e passato sono ripetitive e alla lunga lo spettatore si può annoiare. In pratica, se non sei un amante della letteratura che si compiace nel gusto post-moderno di cogliere allusioni e citazioni, il film è sostanzialmente piatto e, probabilmente, a tratti demotivante se non, adirittura, irritante. Sotto la retorica metaletteraria, in effetti, non c’è molto. Forse il sogno comune di vivere in un epoca diversa, e la sensazione di uscire dal cinema trovando una Cadillac con Kerouac e Ginsber che ti gridano di montare su. Ma alla fine ti accorgi che niente cambia se non cambi tu; e se tutto il mondo è paese, allora anche tutto il tempo è presente.