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Biancaneve secondo Emma Dante

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Non è certo la cosa più semplice del mondo riuscire a raccontare una favola arcinota a tutti, come quella di Biancaneve e i sette nani, e dare comunque l’impressione di fare qualcosa di nuovo.
Non è certo la cosa più semplice del mondo neanche riuscire a coinvolgere alla stessa maniera bambini e adulti con lo stesso spettacolo e, soprattutto, per le stesse cose.

Emma Dante si serve di soli tre attori che raccontano gli “alti” e i “bassi” di Biancaneve. Il suo intento è quello di riuscire a far ridere il pubblico e il dialetto siciliano più stereotipato che fedele alla realtà è una costante rafforzativa. La fisicità, da sempre, è uno dei principali punti di forza attorno al quale ruota il suo teatro. Lo spettacolo non è mai statico, mai fermo, mai una pausa, sembra che sia vittima di uno stranno ballo di San Vito.
Tuttavia la comicità è resa anche dal realismo che si cela dietro la fiaba stessa: la storia è scatenata dalla vanità e dall’invidia della matrigna che, per Emma Dante, è ancora più di Biancaneve la protagonista della storia. Nelle scene con lo specchio magico (forse le scene migliori), la matrigna sa che per, farsi bella, non c’è nessuna pozione magica ma deve farsi la ceretta o deve fare sport ed è proprio questa “drammatica” verità all’interno di una favola a far ridere.
Altre invenzioni della Dante riguardano i sette nani che, in realtà, sono normalissimi minatori che hanno perso le gambe a causa di un incidente nella miniera.
Il finale la Dante se lo riserva per “punire” i cattivi. A differenza di tutte le favole, quello che conta non è che i buoni vissero felici e contenti ma che i cattivi subirono la giusta punizione; la matrigna infatti, dopo essersi trasformata in un’orrida strega, non riesce più a ricordare l’antidoto per tornare bella.

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