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Pochi pediatri in Italia e comportamenti a rischio negli adolescenti

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Proteggere i nostri figli è un  atto amorevole presente in ogni famiglia e che questo li aiuti ad essere  in salute sembra confermarlo il fatto che i bambini italiani sono, nel complesso, sani. E’ il libro bianco 2011 pubblicato dall’Osservatorio nazionale della salute nelle regioni italiane a sostenerlo ma,  mentre da un lato elogia l’attenzione data ai piccoli, dall’altro fa emergere che le nascite sono poche. Considerando che dal 1871 al 2009 le nascite sono quasi dimezzate e parlando in numeri nascono 9,5 bimbi ogni 1000 abitanti, al contrario di altre nazioni europee come Francia e Svezia dove i dati continuano a crescere.

C’è però qualcos’altro che allarma ancor di più, ossia i comportamenti a rischio degli adolescenti che cominciano molto presto a fare uso di alcol e fumo. Ecco alcuni dati: un ragazzo su cinque nel 2010, tra i 15 e i 24 anni fuma sigarette (21,5%). La Sardegna ha registrato un incremento del 29%, mentre la Calabria risulta essere la regione con meno giovani fumatori; anche con il consumo di alcolici le cose non vanno meglio, infatti nel 2010 il 76% dei maschi e il 59,8% delle femmine di 18-19 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’anno. Sono i maschi quelli che utilizzano maggiormente comportamenti a rischio, e che consumano più alcol. Questo dovrebbe far aprire gli occhi a molti genitori e soprattutto ai ragazzini, che spesso per apparire più grandi si mettono a bere.

Tornando però a parlare di bimbi, c’è un’altra cosa che preoccupa, ossia l’ipotesi di ridurre fino a sei anni la possibilità di essere seguiti da un pediatra; per alcuni si spera sia solo una ipotesi, come afferma Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma; ci sarebbe una soluzione: “fare in modo che ci siano più pediatri, che già oggi scarseggiano, non certo diminuirne il lavoro”. Non è l’unico a pensarla così, infatti, anche Costantino Romagnoli e Riccardo Riccardi del dipartimento di Pediatria dell’ateneo romano, sono sulla stessa linea d’onda. Entrambi considerano tale decisione solo di natura economica ma non rivolta alle esigenze della società.