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Venezia e l’Egitto

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Proposta in questi giorni a Palazzo Ducale, Venezia e l’Egitto è senza dubbio una mostra raffinata. Dopo Venezia e l’Islam (2007) e Eredità dell’Islam (1993), questa è la terza tappa di un ciclo di esposizioni sul rapporto tra la Serenissima e le civiltà orientali.
Si tratta di un progetto scientifico particolarmente ambizioso, che ha richiesto la collaborazione di storici delle più svariate discipline, docenti di diverse università italiane ed europee.
Obiettivo perseguito dalla rassegna, infatti, è narrare due millenni di rapporti economici, politici e culturali tra Venezia e l’Egitto, attraverso opere d’arte e documenti di tutti i generi: dipinti, disegni, incisioni, sculture, libri, reperti archeologici, costumi, arredi, carte geografiche, astrolabi, mappamondi, persino mummie.
Questo viaggio prende le mosse dai primi ritrovamenti archeologici di reperti di età ellenistica per giungere al fino 1869, data di apertura del canale di Suez. Fu quest’ultima, infatti, un’idea nata dalla Repubblica veneziana già a inizio del 1500, anche se sarà realizzata solo tre secoli e mezzo dopo, su progetto dell’ingegnere trentino Luigi Negrelli.
In esposizione oltre trecento pezzi provenienti da numerosissimi musei e chiese. Prestito particolarmente importante è la grande Pala Feriale di Paolo Veneziano e figli (1345), raffigurante le storie di san Marco e proveniente dal museo della basilica. Vi si vedono raffigurati alcuni episodi importanti per la storia della Serenissima, come il trafugamento del corpo del santo da Alessandria d’Egitto. Nella formella, scelta come logo per la mostra, si vede sullo sfondo il celebre Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico, all’epoca ancora in piedi.
La prima sezione comprende diversi reperti archeologici, come il tesoretto tolemaico di Montebelluna (una testa di sfinge dal Museo archeologico di Verona), una Statuetta di Iside conservata ad Aquileia, una testa di sacerdote isiaco da Trieste e la piccola statuetta bronzea di Anubi, rinvenuta nei pressi di Vicenza.
Non potevano certo mancare Antonio e Cleopatra, rievocati in numerose monete così come una sfilza di imperatori della dinastia Giulio-Claudia che giunge fino ad Adriano e Marco Aurelio.
Grazie ai supporti multimediali il visitatore può ammirare i dettagli dei mosaici della basilica di San Marco con le relative storie ed entrare nei teleri delle Gallerie dell’Accademia o nell’enorme tela di Gentile e Giovanni Bellini della Pinacoteca di Brera.
Giungendo nella sezione dedicata ai viaggi, è possibile osservare da vicino carte di navigazione, mappe, vedute del Cairo o di Alessandria, astrolabi e globi celesti anche di provenienza egiziana, le strumentazioni dell’epoca, i resoconti dei mercanti, alcune relazioni di consoli e ambasciatori. Fulcro di questo spazio risulta il modello ligneo di galea sottile veneziana, quasi quattro metri di lunghezza per tre di larghezza, proveniente dal Museo storico navale della città.
I dipinti illustrano come Venezia sia diventata ben presto un porto privilegiato per il viaggio dei pellegrini che si recavano in Terra Santa, si pensi ad esempio alla tela di Francesco Galizzi da Santacroce ambientata nella piazza di Alessandria d’Egitto e raffigurante San Giovanni Elemosinario, sotto al quale è esposto il rilievo dell’urna in legno dorato e policromo, dalla cappella del santo nella chiesa veneziana di San Giovanni in Bragora. In un video qui messo a disposizione del visitatore è inoltre possibile visionare una grande mappa del Mediterraneo che ricrea le rotte navali dell’epoca. Diversi documenti che testimoniano gli scambi commerciali tra Venezia, Egitto e Siria sono custoditi in una grande teca al centro della sala insieme a candelieri, lumi, secchielli e bacinelle in ottone e argento dal Museo Correr.
Particolarmente interessanti i contratti di vendita dei prigionieri cristiani e degli schiavi, acquistati dai consoli veneziani ad Alessandria e le lettere dei sultani mamelucchi ai dogi, datatti tra gli inizi del 1400 e metà del 1700.
L’Egitto immaginato, ovvero come l’Egitto fu raffigurato dagli artisti veneti, soprattutto nelle storie tratte dall’Antico o dal Nuovo Testamento è il tema della successiva sezione che annovera un dipinto di Mosè attribuito a Giorgione, la Sommersione del Faraone nel Mar Rosso di Tiziano, un imponente Veronese intitolato Il ritrovamento di Mosè affiancato dal Riposo nella fuga in Egitto del meno noto Giovanni De Mio. Al centro un colossale tappeto mamelucco di nove metri per tre proveniente dall’Arciconfraternita veneziana di San Rocco.
Proseguendo lungo il percorso espositivo si passa poi repentinamente dalla grande pittura del Cinquecento veneziano a quella del Settecento inoltrato. Degne di nota le incisioni di Piranesi tratte dalle Diverse maniere di adornare i camini alla “egiziana” (1769), alcune acqueforti di Giandomenico Tiepolo rappresentanti le Idee pittoresche sopra la Fuga in Egitto (1753), le opere di Jacopo Amigoni e Giambattista Pittoni, una litografia di Andrea Tosini della famosa Sala Egizia nel Ridotto del Caffè Pedrocchi a Padova (un video racconta la storia di questo celebre locale, tutt’ora in attività).
Le sezioni conclusive sono dedicate agli “intrecci culturali” e i pezzi che li testimoniano sono variegati: si va dal Terzo Libro del Serlio che riporta il disegno della piramide di Cheope misurata dal patriarca di Aquileia, ai testi di medicina e di botanica egizia di Prospero Alpini, c’è il primo Corano stampato in arabo a Venezia nel 1537, l’Hypnerotomachia Poliphili stampata a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499, il libro di Pierio Valeriano Hieroglyphica datato 1579, alcune gemme gnostiche con iscritte formule magiche, e reperti egizi raccolti dai nobili veneziani.
La penultima sezione rende conto della ricerca storico-scientifica ottocentesca rappresentata dal geologo e naturalista Giovanni Miani -che condusse una campagna di studio sul percorso fluviale del Nilo- e da Giovanni Battista Belzoni, noto per aver fatto trasportare la gigantesca statua di Ramesse II fino al Nilo e per la scoperte del tempio di Abu Simbel, della tomba di Seti I nella Valle dei Re e dell’ingresso della piramide di Chefren. Al centro dello spazio è esposta la mummia di Nehmeket (1069-525 a. C.) conservata a San Lazzaro degli Armeni, interamente ricoperta da una reticella realizzata con perline in pasta vitrea di vario colore, restaurate per l’occasione. Accanto c’è la Mummia di coccodrillo.
Sono le opere di Ippolito Caffi, qui ribattezzato il “Canaletto del Nilo”, a chiudere il percorso -undici dipinti e quattro disegni, tutti da Ca’ Pesaro, raffiguranti l’Egitto- insieme al grande dipinto di Alberto Rieger Il canale di Suez (1864, dal museo Rivoltella di Trieste) che preannuncia la definitiva apertura del Mediterraneo all’Oriente.