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Stephen King, il re del brivido

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Recensire un autore è difficile, come recensire la Bibbia o una guida ai vini d’Italia. Eppure mi sento pronto perché lui, Stephen King, è senza dubbio il mio autore preferito, lo zio americano che, periodicamente, da quando avevo undici anni, viene a farmi visita per raccontarmi (superbamente) le sue storie.
Storie simili ai maglioni di lana lavorati dalla nonna: costituite da una trama semplice i cui spessi fili sono facilmente percorribili, intessute con un estro imputabile solo a chi della parola ne ha fatto un sogno e poi una professione.
Storie che come maglioni ti avvolgono tutto. Maglioni speciali che possono donarti uno splendido calore come un freddo molesto che rompe indisciplinato il passaggio a livello dei muscoli e delle ossa e si lancia selvaggiamente sull’autostrada dell’anima cercando di creare più scompiglio possibile. E la polizia riesce a prenderlo solo quando ormai le auto della scuderia “i mostri non esistono” sono tutte accartocciate ai lati della carreggiata.
Sono le storie dello zio Steve: belle, si, ma inquietanti.
Lui è il primo a trattare l’horror con naturalezza, cinismo, sarcasmo, verismo… è proprio questo il motivo del suo strepitoso successo.

 

 

 

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