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Attraverso il furore di Civica

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Come lo stesso Massimiliano Civica dichiara in una nota, niente sembra essere più lontano dal teatro dei sermoni del predicatore tedesco Meister Eckhart, eppure tre di questi sermoni s’impongono sul palcoscenico assieme a tre dialoghi di Armando Pirozzi nel suo spettacolo Attraverso il furore.

Tutto ciò che si vede è un enorme tavolo di legno alle cui estremità vi sono due sedie all’una ove, frontali al pubblico, siedono un uomo e una donna (Diego Sepe e Valentina Curatoli) che raccontano tre momenti che vanno dall’incontro alla maturità di una coppia di amanti e all’altra estremità siede un uomo di profilo (Marcello Sambati) con un leggìo innanzi a sé e un enorme libro da cui legge i sermoni.

Questi non guarda mai il pubblico ma solo i due amanti; come se quelle parole fossero rivolte soltanto a loro ma, essendo essi la rappresentazione di una vita che prescinde una realtà scenica, quelle parole vengono automaticamente rivolte alla platea tutta.

La distanza fisica che c’è tra i due gruppi di attori sembra rimandare alla distanza che c’è tra i due tipi di testo: l’uno universale, l’altro istantaneo. Se i sermoni di Eckhar richiamano a Dio che è, fu e sarà, i dialoghi di Pirozzi sono sempre al presente senza richiamare né a un futuro né al passato.

Non importa come hanno vissuto le loro vite i due personaggi, né cosa ne sarà di loro; importa solo come vivono la loro relazione ora.

Tuttavia l’intero spettacolo è costruito ruotando attorno alla sacralità di quei sermoni: il tono solenne della lettura come quello di un prete che legge le Sacre Scritture durante la messa, la staticità del tutto (gli attori non si alzeranno mai dalle loro sedie tranne che per entrare o uscire dalla scena a inizio e fine spettacolo); tutto richiama a una quiete fisica (la quiete è il tema cardine di uno dei tre sermoni) in totale contrasto con la turbolenza negli animi dei due amanti che, se anche vicini, non si toccano mai neanche con lo sguardo. I loro movimenti sono dettati da rigide regole: quando l’uno si volta verso l’altra, questa deve girare il volto per non farsi vedere negli occhi. Regole registiche che ha dovuto imporre Massimiliano Civica a sé stesso e agli attori, regole che, stando ai sermoni, Dio impone.

Il non poter mai guardare veramente l’uomo o la donna che si ama (da cui ne segue che non si può conoscere fino a che punto si è sinceri) sembra essere una legge fisica che domina l’Universo come la legge di attrazione universale; sembra, quindi, una forte trasgressione quella dell’uomo che, alla fine dello spettacolo, tocca la mano della sua donna prima di giacere con lei perché è come se venisse violata una legge di Dio.