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Le allegre comari di Windsor

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 Un piccolo paesino dell’Inghilterra, delle famiglie nobili e moraliste, un eroe decaduto di cui prendersi gioco: sono questi gli elementi che costituiscono la commedia shakespeariana Le Allegre Comari di Windsor, ancora incredibilmente attuale nonostante sia stata scritta quattrocento anni fa.

Il motore di tutta la vicenda è l’immensa voglia che i personaggi hanno di chiacchierare alle spalle degli altri, di praticare quell’arte del pettegolezzo che li salva dalla noia della piccola realtà in cui vivono e che li spinge ad agire in maniera anche crudele in nome di una giustizia e di un moralismo di cui dicono di farsi portavoce. A farne le spese sono i più deboli, ovvero Anna Page, la ragazza a cui viene imposto un uomo (o meglio due) da sposare “per il suo bene” senza che le venga chiesto il consenso, e, soprattutto, Falstaff, figura di eroe degradato oramai dedito solo al bere, al cibo e alle donne, e sempre in cerca di una maniera truffaldina per raggranellare qualche soldo.

La vicenda si svolge in un clima di gioioso scherzo, quasi infantile, che realizza quell’allegria di cui parla il titolo e che viene sottolineata ancora di più dalle canzoni che i personaggi cantano nei momenti in cui il pettegolezzo prende il sopravvento sulla normale chiacchierata: questo conferisce alla scena un aspetto un po’ caricaturale, rendendo queste persone di alto rango molto simili a bambini dispettosi poiché, soprattutto quando si accaniscono contro Falstaff, le loro canzoni e i loro atteggiamenti ricordano il modo di comportarsi dei bambini quando cantano le filastrocche con cui si fanno gioco dei loro coetanei; questo contrasto tra l’apparenza adulta e l’atteggiamento infantile è funzionale a sminuire le loro figure: così Falstaff non è più l’unico personaggio ad essere degradato, ma anche, o forse soprattutto, quella che dovrebbe essere la nobiltà viene smascherata, poiché viene svelata la sua vera natura, la sua cattiveria gratuita nei confronti di chi non si può difendere e la sua maschera di religiosità che è sempre disposta a rigirare a proprio favore.

Nel finale i personaggi hanno la possibilità di redimersi, di riconoscere i propri errori e dare una svolta positiva alla loro vita, ma, nonostante ci sia qualche accenno di cambiamento, gli spettatori hanno la sensazione che questo non avverrà, in realtà, mai. L’impossibilità di un mutamento profondo del loro animo è resa evidente anche dai costumi e dal trucco: i personaggi nobili, infatti, sono vestiti e truccati con i toni del grigio e del bianco, come se fossero delle statue di gesso, e hanno anche delle movenze composte e rigide che rimandano alla loro fissità morale; in netto contrasto con loro c’è il personaggio di Falstaff che, al contrario, indossa vestiti dai colori accesi ed è sguaiato ed eccessivo nei gesti, nelle parole e nella fisicità: questa differenza nell’abbigliamento serve a a suggerire nello spettatore la diversità morale di Falstaff, non solo nel suo atteggiamento “blasfemo” che crea scompiglio nella cittadina, ma nella sua capacità di mutare; egli,infatti, è l’unico personaggio nella commedia che, nell’arco della sua vita, è cambiato notevolmente, essendo passato dall’essere un valoroso generale a un ubriacone da taverna, ed ha quindi smesso di essere una semplice statua come gli altri. L’altro personaggio che risulta diverso nell’abbigliamento e nel carattere è Anna Page: il suo costume è tutto giocato sui toni del nero, l’esatto opposto del bianco che ricopre gli altri personaggi, ed è indice della tristezza e della voglia di ribellione che si porta dentro fin dall’inizio e a cui sembra riuscire a dare sfogo solo alla fine della rappresentazione.

Nonostante l’importanza che i personaggi ritengono di avere all’interno del paesino di Windsor, la figura più ragguardevole della città è sicuramente l’ipocrisia, che si mostra in tutta la sua potenza in ogni singola scena, e che ci ricorda che, in fondo, tutti i paesi sono un po’ come Windsor: ancora una volta Shakespeare ci insegna che i migliori amici della nostra infelicità rischiamo di essere noi stessi.