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Linari porta in scena: ho morto Petrolini

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Dopo esser passato per autori come Gogol, Kafka, Checov, Gabriele Linari si confronta con Ettore Petrolini.
Notevole differenza se si considera che con un autore, un regista si può sbizzarrire cercando la sua personale interpretazione mentre riprendere personaggi non scritti ma interpretati da uno dei più significativi caratteristi del novecento offre molta meno libertà creativa. È una sfida non da poco, infatti, quella di Linari nel cercare una visione del tutto personale nelle macchiette di Petrolini ed egli fa una distinzione tra il Petrolini – attore e l’attore – Petrolini. Il primo è il caratterista che tutti conosciamo reso con strabiliante somiglianza nello stile, dal quale non trapela alcuna personalità ma solo le sue maschere, il suo bisogno di far ridere il suo pubblico. Il secondo invece è più introspettivo; più uomo che attore, più Ettore che Petrolini con i suoi pensieri e, forse, con il bisogno di ridere più che far ridere.
Linari si altalena tra le due facce dello stesso personaggio facendo ridere e poi commuovendo muovendosi tra il lusco e brusco sul palco mai troppo illuminato al punto da colpire in faccia lo spettatore quando, durante l’interpretazione del personaggio più celebre, Gastone, esce dal palco e dal personaggio (ma non dal costume) e diventa reale, diventa parte del pubblico, diventa Ettore che presenta Petrolini mostrando, con un realismo che atterrisce, il volto che c’è dietro la maschera.

Il rischio più grande nel fare uno spettacolo del genere è cadere nella banale imitazione di un personaggio fin troppo amato e, per questo, inimitabile. Tuttavia non è certo semplice caratterizzare con del proprio ciò che è stato fin troppo caratterizzato; è solo la bravura di un ottimo attore e regista che ci permette di ricordare qualcosa di già visto, arcinoto eppure farcelo sembrare nuovo come la prima volta che lo si vede.