Home Arte Marina Abramovic, The Artist is Present

Marina Abramovic, The Artist is Present

Marina Abramovic non ha mai smesso di essere artista, anche oltre le sue performance, come dimostra la vita povera e nomade che negli anni Ottanta ha condotto con Ulay

1164
CONDIVIDI

marinabramovicIl filosofo greco Aristotele, analizzando una statua raffigurante Socrate, ne individuava quattro cause: la causa materiale (il marmo), quella efficiente (lo scultore), la causa formale (Socrate) e quella finale (il tributo a Socrate).
Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche attribuiva all’Oltreuomo da lui teorizzato, tra le tante peculiarità, anche il costante sforzo nel rendere la propria esistenza un’opera d’arte: cercheranno di reificare la sua idea, nel corso del ’900, per esempio, il letterato Gabriele d’Annunzio e l’artista Salvador Dalì, entrambi condottieri di vite eccentriche e inafferrabili.
La causa finale non sarà più forse il presupposto imprescindibile dell’oggetto d’arte (ammesso che il “Bello” o il mero “gusto di farlo” non siano degni di ritenersi fini), ma è un dato di fatto che le opere, nel corso dei secoli e ancora oggi, vengono sempre classificate in questa maniera: titolo, autore, e tecnica utilizzata. Causa formale, causa efficiente e causa materiale. E checché ne pensassero, la vita e l’arte di Dalì e D’Annunzio, nonostante ampiamente compenetrate l’una nell’altra, non coincidevano affatto.

E’ probabile che Marina Abramovic (Belgrado, 30 novembre 1946) Nietzsche e Aristotele non li abbia neanche mai letti, ma è altrettanto probabile che se questi ultimi fossero ancora in vita la avrebbero ammirata: Marina Abramovic è causa efficiente, formale e materiale; artista e artefatto allo stesso tempo; in breve: Arte vivente.
In un periodo storico in cui l’arte, bisognosa di nuove cifre e modi di organizzare la natura e la società, si è rincantucciata in difficili concetti altrettanto astrusamente espressi, l’artista serba rappresenta la capostipite di una forma radicale, che apre nuovi e rinnovati sguardi sul mondo che ci circonda e che affida la custodia e l’esecuzione dell’Arte all’uomo (intero, o nelle sue parti costituenti).
Prima di partorire la performance come maniera d’espressione dignitosa e universale, prima di vincere il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1997, ripercorriamo il suo passato, se non per il suo incisivo contributo alla sua carriera, almeno per onor di cronaca.
Il nonno di Marina Abramovic era un patriarca della chiesa ortodossa serba. Dopo la morte fu proclamato santo e tumulato nella chiesa S. Sava a Belgrado. Entrambi i genitori furono partigiani durante la seconda guerra mondiale: suo padre Vojo fu un comandante acclamato come eroe nazionale dopo la guerra; sua madre Danica fu maggiore nell’esercito e (dalla metà degli anni sessanta) direttrice del Museo della Rivoluzione e Arte in Belgrado.
Abramovic ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado dal 1965 al 1970. Ha completato la sua formazione all’Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1972. Dal 1973 al 1975 ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Novi Sad, periodo in cui creava le sue prime performance.
Nel 1976 Marina lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Lì incontra Ulay, come lei artista, e come lei nato il 30 novembre. Si innamorano; cominciano un intensa relazione amorosa che coincide (e in qualche modo permette) una prolifica produzione artistica, che terminerà 12 anni dopo a causa di dissidi interni alla coppia. I due sigilleranno la loro separazione nel 1988, con una camminata epica lungo la Grande Muraglia Cinese: Marina decide di partire dal lato orientale della muraglia sulle sponde del Mar Giallo, mentre Ulay dalla periferia sud occidentale del deserto del Gobi. I due cammineranno novanta giorni, percorrendo duemilacinquecento chilometri a testa, per poi incontrarsi a metà strada. Il loro incontro sarà lo sfondo del loro addio, nonché il finale del film “The Lovers – The Great Wall Walk”.
E’ importante sottolineare che Marina non ha mai smesso di essere artista, anche oltre le sue performance, come dimostra la vita povera e nomade che negli anni ottanta ha condotto con Ulay; vita sacrificata ma libera, che non sottomette l’anima alle lusinghe dell’art – marketing e del successo facile.
Dal 1992, dopo una “gavetta” di oltre vent’anni, comincia a tenere workshop, conferenze, mostre personali e collettive in tutto il mondo fino a vincere nel 1997 la Biennale di Venezia con la performance “Balkan Baroque”, dove per tre giorni ha grattato e pulito una montagna sanguinolenta di ossa di animale, cantando litanie e lamenti, tra video che celebravano la sua appartenenza ad un paese dilaniato dalle guerre.balkanbaroqueMa il culmine della sua carriera è rappresentato dalla retrospettiva tenuta al MoMa (Museum of Modern art) di New York, dal 14 marzo al 31 maggio del 2010.
“The artist is present” rappresenta un punto di svolta per la storia dell’arte in quanto, come non mai, “l’artista è presente”, sempre: sette ore al giorno, ogni giorno, per 75 giorni. Seduta su una sedia, senza mai alzarsi né tantomeno muoversi, Marina fissava negli occhi chiunque si sedesse davanti a lei, instaurando ogni volta un legame personalissimo con lo spettatore il quale, in questa rivoluzione artistica viene anch’egli elevato (così come l’opera statica alla performance), dal grado di semplice “osservatore” a quello di collaboratore, senza la cui partecipazione la performance è del tutto insensata. Mentre al primo piano del MoMa le persone piangevano, sorridevano e si innamoravano di fronte agli occhi imperturbabili di Marina, ai piani superiori altri trenta artisti (appositamente selezionati dalla Abramovic) riproducevano le sue performance storiche. Eccone alcune.
Rythm 10, attuata per la prima volta nel 1973: la Abramovic esplora elementi di ritualità gestuale. Usando venti coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano. Ogni volta che si taglia, deve prendere un nuovo coltello dalla fila dei venti che ha predisposto, e l’operazione viene registrata. Dopo essersi tagliata venti volte, l’artista fa scorrere la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente. Tenta di esplorare le limitazioni fisiche e mentali del corpo.
Freeing The Body
Freeing The Memory e Freeing The Voice sono una serie di performances in cui Marina Abramović si prefigge il fine di purificare il proprio corpo e la propria mente e di scivolare in uno stato di incoscienza; nella prima muove incessantemente il proprio corpo fino a crollare a terra; nella seconda riprende parole dalla propria memoria fino a non ricordare più nulla e nella terza urla fino a perdere la voce.
Art must be beautyful, 1975: l’artista si spazzola i capelli per un’ora con una spazzola di metallo nella mano destra e contemporaneamente si pettina con un pettine di metallo nella sinistra mentre ripete continuamente “L’arte deve essere bella, l’artista deve essere bello” fino a quando si ferisce il volto e si rovina i capelli.
abramovic2Tra le numerosissime altre sue performance è da ricordare almeno Rythm 0, tenuta a Napoli nel 1974.
Posando sul tavolo vari strumenti di piacere e dolore; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e che loro avrebbero potuto usare liberamente gli strumenti. Ciò che era iniziato piuttosto in sordina per le prime tre ore, con i partecipanti che le giravano intorno con pochi approcci intimi, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i vestiti della Abramovic furono tagliati con lamette; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliuzzare la sua pelle e da cui poter succhiare il suo sangue. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi e che era probabile che venisse violentata; si sviluppò allora un gruppo di protezione e quando le fu messa in mano un’arma carica e il suo dito posto sul grilletto, scoppiò un tafferuglio tra il gruppo degli istigatori e quello dei protettori.
Mettendo il proprio corpo in condizione di farsi male, la Abramovic crea un’opera molto seria nei confronti dell’arte, allo scopo di affrontare le sue paure circa il proprio corpo.
E’ stato calcolato che la durata media di osservazione della celebre Monnalisa al Louvre è di circa 30 secondi. Se Leonardo da Vinci fosse ancora vivo avrebbe idolatrato la performer serba: ogni persona al MoMa restava a fissarla per svariati minuti, a volte per ore, a volte addirittura accampandosi fuori al museo a passar la notte, per avere il privilegio l’indomani di essere la prima a rispecchiarsi nei suoi occhi.