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Whitney Houston, l’angelo caduto

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Quando ho saputo che Whitney Houston era morta, non ne sono stata sorpresa. Il sentimento che ho provato è stato di tristezza rabbiosa.
Lei non era la mia cantante preferita, anche se le devo tributare il merito di essere una primadonna della canzone internazionale.
Aveva una voce duttile e la capacità di spaziare tra generi diversi, sempre con grande maestria e versatilità. Come per Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimy Hendrix, Kurt Cobain, anche in Whitney Houston si avvertiva un senso profondo di ricerca dell’autodistruzione.
Il successo, l’amore dei fan, la realizzazione del proprio sogno di notorietà, avevano indebolito invece che rafforzare la sua indole, portandola a smettere di proteggersi dalle droghe.
Da splendida star, negli anni, si era tramutata in una pantomima di sé stessa. La voce ne aveva risentito e anche le fattezze ed il suo modo di porsi, che sembrava senza convincimento. Forse Whitney era solo una donna fragile che il mondo della musica, con i suoi compromessi, ha stritolato. Solo una donna innamorata, che ha dovuto fare i conti con un compagno violento e sciagurato. Gestire un’immagine da pop star deve essere una fatica immensa.
Anche io da ragazza, spesso ho immaginato di diventare una gold singer acclamatissima. Ma da adulta ho preso coscienza delle pressioni che questo ambiente pone e, che a volte, determinano il deragliamento di alcune vite celebri. La fortuna bacia gli audaci. E’ un detto trito. Ma affrontare il mare di popolarità da cui si viene investiti, quando intorno si hanno persone non interessate al tuo benessere, ma solo ai profitti, comporta la perdita della propria identità. Peccato! Un’altra grave perdita. Non penso solo al suo straordinario virtuosismo. Penso a lei come donna e madre.
Poteva godersi la gioia di vedere sua figlia crescere. Ora non c’è più. E forse anche Bobby, la sua bambina, sarà vittima degli stessi fantasmi della madre.