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Giornalisti in esilio al Festival Internazionale del Giornalismo

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Quest’anno il Festival Internazionale del Giornalismo, ha scelto di dedicare un incontro al tema dei “giornalisti in esilio”.

Claudio Martello, ex ministro di Grazia e giustizia e oggi responsabile della web tv Lookout, sensibile ai temi del multiculturalismo, ha organizzato un evento dal titolo “Giornalisti in esilio” per raccontare la storia di sei giornalisti, tutti provenienti da diversi paesi del mondo e tutti accomunati dalla stessa sorte: vittime di persecuzioni nei loro paesi d’origine, scelgono la strada dell’esilio in un paese che possa garantire loro il diritto di continuare a testimoniare e raccontare.

Reza Ganji è un giornalista iraniano. Costretto a lasciare l’Iran dopo le elezioni presidenziali del 2009, ci racconta la tragica storia di un suo collega, in un paese, dove i giornalisti cosiddetti indipendenti sono considerati alla stregua di spie, agenti stranieri mandati dalla Cia e per questo costretti a convivere costantemente con il rischio di essere incarcerati, torturati o addirittura uccisi. Neppure fuggire spesso può garantirti la sicurezza e addirittura farlo può mettere in pericolo i tuoi parenti che potrebbero diventare così, il bersaglio in patria, di gravi persecuzioni.

Zagaria Mohamed Ali è un fotoreporter somalo, scappato dal suo paese per rivendicare la libertà di espressione ed esercitare la professione di giornalista, alla ricerca d libertà e democrazia. La sua storia è difficile: da quando è scoppiata la guerra in Somalia nel 1992, sono statu uccisi 40 giornalisti, tra cui anche la giornalista italiana Ilaria Alpi. La sua è stata una fuga durata quasi un anno, la cui tappa finale è stata l’isola di Lampedusa.

Felix Qaeser arriva dal Pakistan, un paese dove la maggioranza della popolazione ( 97 per cento ) professa la fede islamica. Qui lavorava in un’agenzia di stampa dove si occupava di una piccola minoranza religiosa che veniva per questo discriminata e accusata del reato di blasfemia. Dopo ripetute minacce e tentativi di far convertire chi non lo era all’islam, Felix ha scelto la strada dell’esilio.

Robert Philomé è un giornalista di Haiti, costretto a fuggire per aver scelto di raccontare la verità. La radio per cui lavorava, una radio indipendente è stata assaltata dalle milizia filo-governative, dopo che aveva denunciato un finto golpe. In un libro autobiografico, Robert racconta finalmente, dopo 11 anni, di non sentirsi più in esilio.

Jean Claude Mbede, è un rifugiato politico del Camerun. Ci racconta che prima di fuggire dal suo paese ha iniziato un’inchiesta che due settimane fa ha portato all’arresto di ben 35 ministri e del primo ministro nel suo paese. Ora è felice perché può lavorare come giornalista, ma il suo percorso non è stato facile, soprattutto perché non ha potuto iscriversi all’università in quanto impossibilitato a dimostrare di avere un titolo di studio.

Quella dei giornalisti in esilio è una condizione difficile, il primo scoglio è quello della lingua, poi c’è il problema del rifugiato: nel nostro paese questa definizione stenta a diffondersi ed  è spesso sostituita da quella di immigrato, quando non da quella di clandestino.

Nonostante esista in Italia una robusta regolamentazione in materia, espressa anche dalla Carta di Roma, un protocollo deontologico redatto da sindacato dei giornalisti ( FNSI ) e Ordine del giornalisti, che fornisce una serie di linee guida per il trattamento di informazioni che concernono i richiedenti asilo e rifugiato, essa continua ad essere spesso disattesa.

Come ha ricordato il giornalista iraniano Reza, si trascura, molto spesso l’importanza e il prezioso contributo che possono offrire i giornalisti in esilio: una voce diversa e un’informazione più precisa e più vicina alle drammatiche realtà di quella determinata area geografica.

Invece, la categoria di giornalisti in esilio finisce per essere, spesso, assimilata a quella di rifugiati di altra natura, così da non ricevere quella protezione a cui avrebbe diritto, a causa della notorietà che i giornalisti  avevano nel loro paese. Il rischio è quello che questi individui non ricevano la tutela per cui fuggono e che quell’esilio scelto alla ricerca della libertà di espressione rimanga solo una speranza disattesa.

Nonostante la nostra Costituzione rappresenti il sigillo della difesa di un diritto di antichissima data, quale il diritto d’asilo, in Italia si ha difficoltà ad accogliere e tutelare giornalisti “in esilio” a causa dell’incapacità ancora forte, di concepire l’immigrazione come un fenomeno positivo.

Così recita l’articolo 10, comma 3 della Costituzione italiana:

 Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.