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Maternity Blues: quando la depressione si trasforma in omicidio

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Maternity Blues

La depressione post partum è una patologia spesso sottovalutata ma all’origine di veri e propri disagi che una madre può avere nel momento in cui si ritrova a doversi occupare di una piccola creatura, la stessa che per nove mesi è stata nella sua pancia. Sarò capace? Sarò all’altezza? Queste le domande che ogni donna si pone ma non sempre la risposta è positiva e talvolta si può arrivare a compiere un gesto estremo, come l’omicidio di colui o colei che dovremmo amare più di noi stessi.

Maternity Blues il film di Fabrizio Cattani, tratto dall’opera di Grazia Verasani, “From Medea” si occupa proprio di questo e lo fa partendo dalla fine, dalla colpa che accomuna quattro madri, Clara, Eloisa, Rina e Vincenza, che hanno ucciso i loro figli e sono ricoverate nello stesso ospedale psichiatrico giudiziario. E’ qui che sono assistite da una equipe di medici, tra le quali c’è anche la dottoressa Lucia Stregari, una giovane Giada Colucci, che nel film è una donna serena, sposata ed incinta. Una finestra su una realtà che ci circonda e che non vuole né assolvere e né condannare ma solo cercare di capire.

Nel film siete due donne opposte, tu Andrea sei Clara, una donna che si è macchiata del più brutto dei crimini, l’uccisione di un figlio mentre tu Giada, sei una psichiatra che al contrario è incinta e serena, com’è stato interpretare questi due ruoli?

Andrea: “Ringrazio Fabrizio, mio grande amico, di avermi affidato un ruolo del genere, mi ha fatto ricredere sulle mie capacità; è stato un vero e proprio mettermi alla prova”.

Giada: “E’ stata una esperienza intensa, il mio ruolo rappresenta una sorta di spiraglio di luce tra tante madri che si sono macchiate di una colpa atroce ma che hanno un senso di maternità che traspare dai loro occhi. Sono una tirocinante, una donna che cerca di comprenderle e che lo fa con tutta l’umanità possibile”.

Avete incontrato delle difficoltà?

Andrea: “C’è stato un gran lavoro di preparazione; personalmente ho trascorso cinque giorni di full immersion con la mia insegnante dell’ Actors Studio; e poi insieme alle altre colleghe,  ci siamo aiutate l’un l’altra”.

Giada: “E’ una storia forte, però  sono una persona che ama molto ascoltare, ed il ruolo che interpreto, nella vita può fondersi con me”.

Avete svolto un lavoro di ricerca per prepararvi?

Andrea: “Assolutamente; prima attraverso la cronaca, interviste, statistiche e poi ho compiuto un lavoro su me stessa per rendere mio il personaggio”.

Giada: “Abbiamo visto molti reportage sull’argomento ma nel mio caso, ho avuto una esperienza diretta, la testimonianza di una mia cara amica che ha vissuto questa patologia in forma grave ma che ne è uscita ed oggi è una madre felice”.

La depressione post partum è una realtà che non deve essere sottovalutata, questo film aiuta a comprenderla.

Andrea: “E’ una finestra su una realtà che pochi conoscono, su una esperienza che è comune a molte donne e che può dare coraggio ed anche far capire loro che si può e si deve chiedere aiuto”.

Giada: “Assolutamente; tutte le donne sono potenziali vittime di questa patologia che colpisce in maniera più o meno forte. Avere un bambino in grembo, partorire, conciliare lavoro e famiglia non è semplice e se accanto  a noi non ci sono validi supporti, possiamo cadere facilmente”.

Attualmente i media sono diventati un po’ i tribunali del popolo, dove spesso si assolve o si condanna, questo film potrebbe rappresentare il modo giusto di usare un mezzo di comunicazione.

Andrea: “Sì, in questo film infatti non si vuole accusare o assolvere nessuno; come facciamo a sapere se dietro la sofferenza che ha portato ad un tale gesto non ci siano violenze subite, padri violenti, mariti assenti; è troppo semplice giudicare”.

Giada: “Il regista Fabrizio Cattani ha avuto un grande coraggio, parlare di un argomento sul quale aleggia ancora una forma di censura. Si è spesso abituati a giudicare le persone; queste donne sono considerate spietate assassine che hanno ucciso i loro figli ma pochi si rendono conto che dietro questi gesti estremi c’è una malattia”.