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Quello che non ho … sono le risposte!

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Quante volte, quando si è da soli, fantasticando, ci si è chiesti quali desideri avremmo voluto veder esauditi e, le domande che ci si è posti, nate dal flusso delle aspettative, a tratti senza risposte, hanno scatenato comunque un entusiasmo, una piccola scintilla inconscia, perché il motore del fare si rimettesse in azione.
“Quello che non ho ….”. Parole profetiche e più che mai attuali.
Un assioma semplice e lapalissiano che De Andrè ha usato come titolo per una delle sue ballate e che Fabio Fazio ha ripreso come incipit per il nuovo programma che in questi giorni La 7 sta trasmettendo.
Il format ricalca quello che l’anno appena trascorso è stato di pertinenza della Rai, Rai 3 per esattezza. Artisti, gente comune, uomini di pensiero, ognuno parte da una parola per dichiarare un sentimento, un dolore, un rimorso, un’attesa, un ricordo recente o trascorso. Viene raccontato il malessere che sgorga da questa crisi, che calpesta gli individui e priva della dignità, del rispetto e spesso della vita.
La denuncia è palese a questo sistema corrotto nel quali si è finiti a vegetare, accettandone le crude regole. Roberto Saviano continua a farci partecipi delle modalità camorristiche, svelando retroscena, raccontando di sacrifici in nome della “famiglia”, dell’ “onore”; di gente travolta dai debiti e risucchiata dal vortice dello strozzinaggio; di uno Stato colluso, che non agisce secondo la norma, ma si fa garante della disonestà.
Gli imprenditori “corretti” vengono abbandonati al ludibrio e alla disperazione, favorendo chi è disposto a lavorare nel sottobosco e non alla luce del sole.
Si parla tanto di chiarezza e legalità!!!!!!!!!!!!!! Bisognerebbe soprattutto avere onestà intellettuale. Non chiedere sacrifici a chi, per sbarcare il lunario, fa mille lavori e riesce a malapena a dar da mangiare ai propri figli.
Sembra demagogia, ma seppur semplice nella sua logica, quando si parla ai politici di tassare chi detiene ingenti patrimoni o chi veramente evade, alla fine chi è esposto è sempre il proletario, il precario, chi non ha voce in capitolo.
Io, precaria tra i precari, in un momento di difficoltà estrema, vorrei referenti da rispettare e in cui porre fede. Ma mi accorgo che chi accede alle poltrone di Piazza Montecitorio, si avvale della superiorità del proprio ruolo per infischiarsene dei reali problemi e tende una mano all’amico, al parente, copre brogli e beghe, e ne esce mondato come un infante dopo il bagnetto.
Seppur efficace, non credo ci sia bisogno della comica volgarità della Litizzetto per chiamare col proprio nome degli individui identificandoli per quello che rappresentano. Si faccia avanti una figura che assorba il malcontento e lo trasformi in positività, per un futuro che sia proiettato al benessere, non inteso come agi, ma come serenità d’animi.
Ecco, ho scelto la mia parola. E’ “gioia”. Gioia di potersi recare al lavoro e svolgerlo sapendo di ottenerne un risultato. Gioia di poter camminare sicuri nelle proprie strade o vivere nelle proprie case senza l’assillo di minacce. Gioia nel relazionarsi con persone diverse senza diversità. Gioia nel parlare dei propri sogni senza vergogna di essere scambiato come al solito per un utopista.
Che questa ilarità gravosa e malsana che ci avviluppa oggi, possa convertirsi in sorrisi di appagata distensione.
L’odio, le violenze, nascono dall’insoddisfazione, dal vedersi negare dei diritti basilari. Credo non faccia bene ad alcuno incrementare quest’aura di fremente sdegno che si sente roboante e assorda, pronta a farsi pericolosa azione.