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Le promesse mantenute e quelle non realizzate di Obama

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A cinque mesi dal 6 novembre 2012, il martedì in cui si voterà per eleggere il 45esimo presidente americano, ci si chiede chi, tra il repubblicano Mitt Romney e il democratico Barack Obama, sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.
Oggi la popolarità di Obama, si attesta ad un livello bassissimo: oscilla fra il 43 e il 44 per cento, dal 63 di cui godeva quando fu eletto, ormai quattro anni fa.
Quello che è certo oggi, è che di sicuro il suo antagonista non gode di un’elevata popolarità o carisma: Romney, il 65enne imprenditore mormone ed ex governatore del Massachussetts, non convince abbastanza.
Fabrizio Maronta su Limes lo chiama il “candidato delle tre M” http://temi.repubblica.it/limes/il-candidato-delle-%E2%80%9Ctre-m%E2%80%9D/32553

Quattro anni fa il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti aveva fatto sognare tutti; anche oltreoceano dilagavano i sostenitori del fortunato slogan: “Yes we can”.
Sì noi possiamo, noi possiamo rialzarci, noi possiamo voltare pagina. E’ con queste parole che Obama, inaugurava, in un giorno speciale, quello del 45° anniversario della celebre orazione di Martin Luther King “I have a dream”, un discorso carico di promesse, tante nuove e buone promesse per la sua nazione.
Per Obama la strada in questi quattro anni è stata tutta in salita: il mancato rilancio dell’economia, uno dei punti salienti della suo programma, e il tasso di disoccupazione ancora a livelli unici storici (sopra l’8%) pesano come un macigno.
Nelle elezioni di midterm del 2010, una sorta di referendum per monitorare lo stato di salute della presidenza, Obama e i democratici sono stati sbaragliati dai repubblicani e dal Tea Party, un movimento che si mantiene vivo sulla scia di indignazione popolare che caratterizza questi tempi di crisi economica.
In fondo questo esito non stupisce, è raro che un Presidente veda confermarsi il suo appoggio, le elezioni di medio termine sono una sorta di strumento che gli americani sfruttano per indirizzare un monito ai loro presidenti.
Solo Bush Jr aveva visto confermarsi, ma quella era l’era della guerra al terrorismo: Bush e l’opera sotterranea propagandistica stavano funzionando alla grande, e poi si sa, le guerre sono la miglior medicina per unire una nazione.
Il presidente nero subisce le critiche di chi lo accusa di non aver tirato fuori l’America dal baratro della crisi finanziaria e poi economica, ma forse qualcun’altro ci sarebbe riuscito in tre anni?
A fare da contrappeso alla memoria di quel declassamento al credito americano, percepito da molti come l’11 settembre finanziario, di sicuro un’altra data: il 2 maggio 2011.
L’uccisione del capo di Al Qaeda, assegna un punto importante ad Obama, il presidente “pacifico” in due anni e mezzo ha reso giustizia a una nazione, quella americana, che, come ogni vittima ha bisogno che il suo carnefice paghi per le colpe commesse.
Dunque il nemico di sempre abbattuto, quello stesso nemico che Bush in ben otto anni di presidenza non aveva consegnato alla nazione americana.
E se oggi si accusa Obama di aver detto un sì ai matrimoni omosessuali, solo elettorale, di sicuro questo presidente vanta il grande merito di aver cambiato il volto di potenza arrogante e violenta che Bush e la sua amministrazione avevano imposto agli Usa.
L’eredità lasciata da Bush, il fardello del “bushismo”, non è certo facile da smaltire, pesano però enormemente le promesse non rispettate sulla chiusura di Guantanamo e sul mancato ritiro dall’Afghanistan.
Ma una domanda sorge spontanea: abbiamo sbagliato noi ad illuderci così tanto, oppure la colpa è della comunità internazionale che ha assegnato un Premio Nobel per la pace al comandante in capo delle forze militari più grandi del mondo, che ripudia la dottrina della guerra preventiva, ma definisce legittima la guerra in Afghanistan?